Manuele Marigolli nel 2009, al corteo con 10mila persone per il distretto pratese
Manuele Marigolli nel 2009, al corteo con 10mila persone per il distretto pratese

Firenze, 5 maggio 2021 - A Prato la morte di Luana D'Orazio è uno shock che forse va perfino oltre quello provocato da una morte sul lavoro. Qui, nel distretto tessile studiato dal grande economista Becattini, dove gran parte delle aziende sono di piccole dimensioni, la distanza tra il padrone e l’operaio – affiancati in fabbrica ogni giorno – è sempre stata minima. "Il capitale sociale del distretto di cui parlava Becattini era quell’insieme di attori che si muovevano in una logica di reciproca fiducia" racconta Manuele Marigolli, 65 anni, che a Prato arrivò nel 1972 da Molino del Piano, alle porte di Firenze, dov’era nato. Una vita nella Cgil, la sua, da operaio tessile prima, da leader dei tessili e segretario della Camera del lavoro poi. Oggi Marigolli è nel sindacato pensionati regionale della Cgil.

Pochi, meglio di lui, conoscono il distretto industriale di Prato, la sua storia, i suoi difetti, i tanti pregi che ha avuto nel "redistribuire ricchezza, una ricchezza che grazie al distretto era più diffusa che altrove": un distretto di sinistra, in questo senso. Era un modello di sviluppo anche sociale da imitare, in cui le relazioni industriali erano sempre improntate al costruire prima ancora che al rompere. "Si facevano accordi sindacali su tutto nelle aziende", ricorda Marigolli con l’orgoglio del sindacalista.

Un distretto che era animato "da un comune sentire, uno spirito di bandiera che oggi, forse, non c’è più". Uno spirito che legava imprenditori, istituzioni, operai, sindacati, tutti uniti "per guardare oltre insieme – racconta Marigolli con la passione e la fertilità di idee che lo ha sempre contraddistinto – c’era una forte coesione...". Uno spirito di comunanza che nel 2009 – nel pieno della crisi finanziaria mondiale esplosa l’anno prima – portò quasi diecimila persone, artigiani, industriali, sindacalisti, parlamentari pratesi a sfilare insieme per chiedere aiuto al governo, con uno striscione tricolore lungo un chilometro e largo 5 metri.

Fino a quindici, venti anni fa il distretto di Prato aveva numeri importanti di imprese, di addetti, fatturato, e allora "la sfida da vincere era quella di competere con la concorrenza sulla qualità, piuttosto che sul ribasso del costo del lavoro. Battere i concorrenti facendo prodotti che altri non erano in grado di fare". Nel segno di una qualità del lavoro che voleva dire anche manodopera qualificata, diritti, salari equi. E sicurezza nelle fabbriche. Venti anni dopo, quella sfida non è stata vinta. "No – dice amaro Marigolli – anzi, semmai c’è stata perfino una regressione. E’ mancato il salto di qualità, da distretto industriale a distretto integrato della moda, in modo che nel prodotto ci fosse il riconoscimento dell’antico saper fare di Prato, una sorta di bollino anche etico in un certo senso...". La crisi fatta esplodere dal virus ha peggiorato le cose, allentando anche l’attenzione sui diritti, sulla stessa sicurezza del lavoro. La fame diffusa di lavoro ne sacrifica la sicurezza.

"Purtroppo nel mezzo a una crisi così feroce la sicurezza viene spesso percepita come fosse un di più, di cui si può fare a meno..." dice Marigolli. Ci sono stati segnali preoccupanti, casi di sfruttamento. "La situazione si è incarognita, il rischio di regredire a situazioni di illegalità esiste" aggiunge. La crisi ha portato a un ulteriore impoverimento della classe media, di cui facevano parte in passato tanti lavoratori del distretto. C’è stato un viaggio al ribasso, piuttosto che il contrario. Ma "non tutto è perduto" è il messaggio forte che rilancia Marigolli. A patto di "rimettere il lavoro al centro di tutto", di fare in modo che i lavoratori non vivano il futuro, come avviene oggi, come una incognita". A patto di ricominciare a "investire nelle idee, a guardare oltre tutti uniti, istituzioni comprese, mettendo da parte gli egoismi perché da soli nessuno si salva". A patto – e qui Marigolli alza la voce – di "ricominciare a progettare il futuro prima di preoccuparsi del consenso da conquistare il giorno dopo".

Ma soprattutto la sfida della qualità, e quindi anche della sicurezza del lavoro, potrà essere vinta solo "se guarderemo alla realtà in maniera collettiva, e non ciascuno dal proprio piccolo orticello. Facendo in modo che il lavoro venga percepito come un valore, cosa che ormai non accade quasi più".