Livorno, 9 aprile 2021 - «La Commissione Trasporti della Camera ha dato il via libera al testo base per l’istituzione di una Commissione monocamerale d’inchiesta sulla tragedia del Moby Prince a Livorno". Non è una notizia di trent’anni fa, ma di oggi. Perché oggi, a trent’anni esatti dalla tragedia del Moby Prince in cui persero la vita 140 persone, c’è ancora bisogno di fare piena luce sulla strage. Ci sarà quindi una nuova commissione parlamentare d’inchiesta. Non sono bastati due processi, una serie di inchieste parallele e una precedente commissione parlamentare d’inchiesta presieduta dal senatore Mario Lai che terminò i lavori nel 2018.

Il Moby Prince, con il suo carico di morte è come se fosse ancora lì, un relitto fumante davanti al porto di Livorno. Più passa il tempo e più la tragedia del Moby rischia di ricalcare le vicende delle grandi stragi insolute della storia recente nazionale. Piazza Fontana, l’Italicus, piazza della Loggia, Ustica, la stazione di Bologna, la bomba all’Accademia dei Georgofili. Sulla collisione del Moby Prince con la petroliera Agip Abruzzo, avvenuta alle 22,25 del 10 aprile 1991, si sono fatte molte ipotesi. Alla fine la verità processuale emersa è che non ci sono colpevoli. Non sono emerse prove dell’intervento di fattori esterni, per cui l’unica eventuale responsabilità del comandante della nave Ugo Chessa o di altri ufficiali di bordo, non può essere oggetto di processo, perché tutte le persone sono morte nell’incidente.

Ma veramente non ci sono stati fattori esterni che possano aver condizionato la rotta del traghetto all’uscita del porto? Nessuna unità navale ha interferito? E la posizione della petroliera Agip Abruzzo al momento dell’impatto era quella rilevata il giorno successivo? Tutti interrogativi che hanno trovato una risposta nelle aule dei tribunali, nel primo processo a Livorno nel 1997 e nel secondo a Firenze nel 1999, ma che non soddisfano affatto le associazioni dei familiari delle vittime e che lasciano perplessi anche molti esperti e l’intera opinione pubblica. Si è indagato anche sulla possibile presenza di esplosivo a bordo del traghetto, c’è chi ha parlato di tracce di un tipo di esplosivo identiche a quello utilizzato spesso per gli attentati di mafia. E poi la vicenda della Guerra del Golfo con le unità navali Usa che in quel periodo affollavano la rada del porto di Livorno in attesa di caricare materiale bellico e logistico dalla base di Camp Darby. Per anni sono stati chiesti i tracciati satellitari di quella sera, senza risposta.

Infine c’è il capitolo, dolorossimo, del ritardo dei soccorsi. Possibile che un traghetto in fiamme davanti al porto di Livorno venga raggiunto quasi un’ora dopo dall’incidente? Le 141 persone a bordo non bruciarono o furono asfissiate dal fumo quasi subito, ma molti rimasero in vita per ore, aspettando invano i soccorsi. Solo uno si salvò, il mozzo Alessio Bertrand e fu salvato quasi per caso da una barca di ormeggiatori.

Bertrand all’epoca, disse al nostro giornale che c’erano almeno venti persone ancora vive. I soccorsi infatti furono concentrati sull’incendio dell’Agip Abruzzo. Fino alla tremenda scoperta, molto tempo dopo proprio grazie agli ormeggiatori, del relitto fumante. L’allarme fu scatenato dall’Agip Abruzzo: da bordo della petroliera, che stava andando a fuoco per l’impatto, non videro il Moby Prince, trasmisero per radio che erano stati colpiti da una bettolina (e invece era il Moby). Poi fu accusato il marinaio della Capitaneria della radio di non aver sentito un flebile (e mai provato) mayday del Moby. Le accuse travolsero l’allora contrammiraglio Sergio Albanese, che quella notte non era in servizio, e il suo sostituto nell’evento,il capitano di fregata Angelo Cedro, che è morto di crepacuore. E trent’anni dopo si riparte da capo.