Antonio Patuelli
Antonio Patuelli

Firenze, 11 aprile 2021 - È sempre il colpo di coda a essere il più doloroso. Quello che fa sembrare il momento troppo difficile e la rabbia meno gestibile. L’esasperazione incontrollabile, come la paura. «Questa è la fase più dura, certo, ma è anche l’ultima salita della pandemia: ne stiamo uscendo», chiosa Antonio Patuelli mentre i telegiornali consumano a ciclo continuo le immagini degli scontri di piazza della settimana che ci lasciamo alle spalle. Del resto in questo strascico di terza ondata, con l’Italia ancora chiusa in zone rosse e arancioni, protestano tutti: i commercianti, i ristoratori, gli ambulanti, i vaccinati e i non vaccinati, perfino gli insegnanti e gli studenti in dad. «Ma è, per l’appunto, il colpo di coda». 

Gli ottimisti possono essere di due generi: ci sono i sognatori e ci sono i pragmatici. I primi diventano poeti (e quindi, alla fine, pessimisti), i secondi imprenditori, oppure finanzieri. Patuelli appartiene a questa seconda categoria: parla consultando i numeri, si muove su tabelle, statistiche, diagrammi. Banchiere, presidente dell’Associazione bancaria italiana, ravennate laureato a Firenze in Giurisprudenza con Paolo Grossi, fu sempre vicino al pensiero risorgimentale di un grande come Spadolini. E le aspirazioni e l’ispirazione di quei tempi li porta addosso ancora oggi che dal suo osservatorio monitora i passaggi difficili di quella che è a tutti gli effetti una trasformazione epocale, uno spartiacque: ci sarà sempre un prima e un dopo pandemia.

Esercitare l’ottimismo è difficile in questo periodo.
"Restiamo ai fatti: i vaccini sono un potente antidoto. Guardiamo agli Usa, dove la grande ripresa è già palpabile, con una spinta che ha forza e impulso da ripartenza post bellica".

In Italia però gli indici di crescita sono ai minimi storici, mentre martedì l’Istat certificava la perdita di un milione di posti di lavoro nell’ultimo anno. Lei non la vede nera?
"La vedo grigia. Diciamo: esistono settori economici in crisi profondissima. Pensiamo al turismo, e quindi a trasporti, alberghi, ristoranti, bar. La loro situazione è sotto i nostri occhi nei centri storici, nelle città d’arte. Esistono tuttavia comparti industriali che non solo non hanno perso, ma in taluni casi hanno guadagnato: i settori sanitario e biomedicale, l’industria alimentare e agroalimentare. Pensiamo anche ai dati su depositi e prestiti che ci arrivano dalla Banca d’Italia, rielaborati da Abi, e che fotografano una nazione tutt’altro che ferma".

Cosa dicono?
"Iniziamo dai depositi: al 31 dicembre 2020 in Toscana sono cresciuti del 10,6% (+6,3% se si considerano solo quelli delle famiglie, ndr ). In Umbria: +12% (+7,7% per le famiglie, ndr )".

Questo che significa?
"Che molte imprese hanno da parte soldi che poi potranno reinvestire al momento opportuno".

E dunque sono sane?
"A macchia di leopardo. Ripeto: il turismo è crollato, ma non è crollata l’economia. Del resto, Boccaccio nella prefazione al suo Decameron già sintetizzava bene il senso del contagio. Scriveva che la peste si diffonde col fiatar vicino . E dunque l’unico modo di combatterla è distanziarci, come facciamo da tredici mesi. Così vediamo le nostre città deserte, e Firenze pare tornata la Firenzina di spadoliniana memoria: non una capitale aperta e multiculturale, ma la piccola città granducale".

Però col potenziale della rinascita?
"Non c’è dubbio. Lo dicono, per l’appunto, i numeri".

Veniamo allora ai prestiti.
"Anche quelli sono cresciuti, sia per le famiglie (in Toscana +1,6%, in Umbria +0,6%, ndr ) che per le imprese (in Toscana +4,4% e in Umbria +6,9%, ndr ). E questo ci deve far riflettere: i prestiti alle famiglie sono aumentati malgrado siano crollati alcuni consumi".

Quindi gli anticorpi per ripartire ci sono?
"Sì, e si chiamano Next Generation Eu. Ad avere un ruolo fondamentale saranno gli investimenti, soprattutto in infrastrutture. Ferrovie, strade, aeroporti. Ecco l’assoluta priorità. Puntare su questi ammodernamenti provocherà una spinta fondamentale anche per il lavoro".

Hanno paragonato la Next Generation Eu al piano Marshall.
"Mi pare calzante. Con una differenza sostanziale: gli aiuti sono europei, e non americani. Poi, certo, la speranza è che gli Usa di Biden siano più aperti alla solidarietà con l’Europa di quanto non fosse il neoisolazionista Trump".

Però sui vaccini gli Usa stanno tenendo più o meno lo stesso comportamento di prima.
"Non nella forma, che è importante quanto la sostanza: è scomparsa l’arrogante chiusura trumpiana, ricorda? America first! Trump aveva messo in discussione i presupposti dell’alleanza atlantica".

Anche l’Europa sembra appannata. Sulla questione vaccini non ne sta uscendo benissimo...
"Però mi chiedo: se i contratti con Big Pharma fossero stati presi dalle singole nazioni avremmo ottenuto più vaccini? Non ho risposte, ho dubbi. Ma bisogna pur sottolineare una cosa: è la prima volta, questa, in cui l’Europa sviluppa un piano di emergenza. È stato innanzitutto finanziario: se oggi non c’è lo spread, se salari, stipendi, pensioni non perdono forza, è grazie alla Bce. Il secondo intervento è stato economico e progettuale, con la Next Generation Eu. Il terzo è stato sanitario, dei tre il meno efficace. Ma il vero problema in questo caso sta a monte, ed è legato al fatto che non abbiamo investito abbastanza nella ricerca scientifica, neppure in passato, e oggi per il vaccino dipendiamo da altri".

Quindi senza l’Unione gli effetti della pandemia sarebbero stati più devastanti?
"Le faccio un esempio: tra il 1938 e il 1946 il potere d’acquisto di 30 lire precipitò a una lira. L’Europa è riuscita a evitare un’infiammata inflazionistica che avrebbe terremotato la nostra economia. Ha dato tranquillità ai nostri salari e ai nostri risparmi. Lo dimostrano anche i dati sui depositi che citavo poco fa: raccontano, quei dati, che non c’è paura che si svaluti la moneta. Non mi pare poco".

C’è sfiducia su tutto il resto, però. A proposito, che effetto le hanno fatto le parole di Draghi sui furbetti del vaccino?
"Sinceramente mi hanno fatto piacere. Perché c’è davvero troppo disordine. Pensiamo agli scontri di questi mesi tra Stato e Regioni, al loro procedere in ordine sparso. Dopo l’emergenza non potremo non riaprire una riflessione seria sulla modifica del Titolo Quinto della Costituzione".

Chi ha retto meglio l’urto della pandemia, in Italia?
"Le famiglie, non c’è dubbio. Hanno mostrato di avere un tessuto forte e al tempo stesso elastico, di sapersi adattare, di saper colmare le lacune delle istituzioni. In questo senso anche il ruolo della casa è cambiato profondamente: è tornato all’origine, all’antico concetto di casa colonica. Le case coloniche erano al tempo stesso abitazioni e luoghi di lavoro. Gli appartamenti di oggi si sono trasformati, per effetto del Covid, in qualcosa di molto simile: non servono più soltanto a vivere, ma servono anche per produrre, lavorare, studiare. Questo avrà degli effetti a lungo termine non solo sull’idea di casa, ma anche sull’idea di società, e di città".

Draghi ha detto: uscire dalla pandemia non sarà come spegnere e poi riaccendere la luce, non tutto tornerà come prima. È d’accordo?
"Stiamo vivendo la terza guerra mondiale: è arrivata non dagli umani, ma dai virus. Nel ’900 abbiamo avuto due dopoguerra, uno nefasto e uno positivo. Quello nefasto è stato il primo: gli italiani iniziarono a combattere tra loro, finendo con una dittatura durata vent’anni. Il secondo dopoguerra ha portato più buonsenso, e ha posto le premesse per il boom. Confido che sapremo imparare da quell’esempio: con una riduzione delle più laceranti tensioni, con uno sviluppo sostenibile e solidale, con un nuovo miracolo economico".

È possibile dunque?
"Non è impossibile. Quando nel ’46 nacque l’Assemblea Costituente, nessuno immaginava il miracolo economico. Lo stesso vale oggi. Ma noi italiani dobbiamo riuscire a correggere i nostri difetti".

Ovvero?
"Imparare l’arte della semplificazione, innanzitutto a livello normativo. Le leggi devono essere scritte in modo semplice, e devono annullare quelle precedenti, non sovrapporsi ad esse: altrimenti si crea solo confusione, e nella confusione si annidano i nostri vizi peggiori".

Che cosa l’ha colpita di più di questi tredici mesi?
"La voglia di lavorare, nonostante una pandemia. La voglia di non fermarsi, nonostante tutto".