Il reparto maternità di un ospedale
Il reparto maternità di un ospedale

Perugia, 24 novembre 2020 - «Mio figlio l’ho visto soltanto dallo schermo di un tablet. Ci colleghiamo ogni sera: io a casa, ancora positivo, mia moglie dal reparto di Malattie infettive e il reparto di Neonatologia che ci mostra Alex. L’hanno dovuto far nascere prima, in urgenza, per poter curare Monica". Nella voce di Alessandro Moscatelli, 44 anni, dipendente Asl, c’è tutto l’affanno che testimonia la drammaticità di un’esperienza vissuta e non ancora conclusa, ma che consegna oggi un messaggio di speranza: la vita che batte il virus. "Lo dico: l’ho vissuta male, mi sono trovato in una situazione che mai avrei pensato di dover affrontare – racconta a ’La Nazione’ – ma ora c’è finalmente una luce. Le cose sembra stiano andando meglio e qui a casa non vediamo l’ora di poterli riabbracciare tra 10-15 giorni. Siamo una famiglia unita: questo ci ha salvato".
 

La discesa negli inferi del Covid per i Moscatelli inizia i primi di novembre, quando Monica, 38 anni, di Città di Castello, scopre di essere positiva. E’ incinta e le sue condizioni di salute si complicano tanto da essere portata in ospedale a Perugia e sottoposta a un cesareo d’urgenza dall’equipe di ostetricia e ginecologia. La neo-mamma è in insufficienza cardiorespiratoria e deve essere intubata al più presto: resterà 4-5 giorni nella Terapia intensiva 2, fino a essere ’svezzata’ e ricoverata a Malattie infettive. Il piccolo Alex alla nascita pesa appena 1.940 grammi: il trasferimento a Neonatologia è obbligatorio. Nel frattempo anche Alessandro, la figlia di 9 anni e i suoceri contraggono il virus. Costretti a vivere il dolore dell’incertezza a 70 chilometri di distanza, "attaccati al telefono e allo schermo di un computer". "Ma loro, medici e infermieri, sono stati meravigliosi, incredibili", racconta Alessandro. "Per 21 anni al 118, ora sono al Servizio veterinario: so cosa significa lavorare in condizioni di stress e impegno continuo, al limite del drammatico. Lo vedete tutti cosa succede negli ospedali. Ma nonostante ciò non c’è stato un solo giorno in cui non mi abbiano chiamato per informarmi sulle condizioni di salute di mia moglie e di mio figlio. Sempre gentili, sempre cortesi. Hanno fatto di tutto per alleviare la mia sofferenza".

Alessandro ha vissuto al telefono il momento più buio in cui la moglie è stata sedata, quando la speranza resta appesa a un filo. Poi il risveglio. Mentre a pochi metri Alex conosceva il mondo dentro il vetro di un’incubatrice. "Ora ha superato i due chili e i medici dicono che sta andando tutto bene. Abbiamo creato un gruppo Whatsapp tra me, mia moglie e la Neonatologia: ogni sera ci colleghiamo e vediamo il bimbo". Per loro, e non solo per loro, adesso la speranza si chiama Alex.