Giorgio Gori e Dario Nardella
Giorgio Gori e Dario Nardella

Firenze, 28 novembre 2020 - Il Covid, le ferite, i mezzi messi in campo per risanarle, cos’ha funzionato e cosa invece poteva andare meglio. Ma anche Berlusconi, Renzi, il premier Conte, la resilienza e la rinascita di due città, Firenze e Bergamo, unite dalla voglia di futuro post pandemia a tutti i livelli, sociale, economico e anche politico. I rispettivi sindaci, Dario Nardella e Giorgio Gori, hanno parlato di tutto questo e molto altro, nell’incontro virtuale moderato dalla direttrice de La NazioneAgnese Pini, e andato in onda live via web dalla pagina Facebook de La Nazione. Il punto di partenza è stato il libro di Gori ‘Riscatto. Bergamo e l’Italia. Appunti per un futuro possibile’ edito da Rizzoli.

 

E alla prima domanda che ha dato avvio al dibattito, su cosa abbia lasciato la pandemia, Gori, ricordando le migliaia di morti subìte nella prima ondata nella sua provincia – che è risultata la più colpita d’Italia - è stato categorico: “Come nelle famiglie, quando si vive un lutto, così nella nostra città, che ha pagato un prezzo altissimo, superiore anche a quella della seconda guerra mondiale, resterà una grande ferita”.

Ma la pandemia, oltre ad una scia di morti, ha lasciato ferite aperte anche nel tessuto economico d’Italia. E proprio sul capitolo scelte messe in campo per arginare non solo il contagio, ma anche la rovina economica di molte imprese, negozi, attività e professioni, Nardella ha puntualizzato: “Un politico non può accontentare tutti, soprattutto quando nel momento in cui deve fare i conti con una pandemia che produce migliaia di vittime. Pur guardando al tessuto sociale ed economico, e alle imprese che rischiano la chiusura, deve prendere delle decisioni. Se per ragioni di consenso queste decisioni non vengono prese, sarebbe un danno enorme per tutti”.

Decisioni scomode dunque, che vanno prese tra l’altro  in un clima generale di tensione che di fatto non aiuta, in cui sono profonde le divisioni e le spaccature. Ma in questo contesto, incalza la direttrice Agnese Pini, cosa può fare un sindaco? “A Bergamo non viviamo oggi nulla di confrontabile con la prima ondata – spiega Gori - anche se la città è compresa nella zona rossa della Lombardia. I parametri che danno luogo a seconda della gravità dei contagi a delle diverse misure, io le sottoscrivo: e cerco di spronare i miei cittadini ad atteggiamenti responsabili per il raggiungimento del prossimo traguardo, quello della zona gialla. Questo è quello che provo a fare, disponendo e attuando tutte le misure possibili a sostegno delle categorie più colpite, perché forzatamente costrette alla chiusura”.  I vari colori dati alle regioni convincono anche Nardella: “Servono a spronare i cittadini a tornare in colori diversi”.

Altro aspetto, quello dell’unità istituzionale – a diversi livelli tra sindaci, regioni e governo – che ha prodotto un tutti contro tutti, e come ha sottolineato Agnese Pini, si è sbriciolata in questa seconda ondata: cosa è andato storto? Per Nardella “questa pandemia ha esaltato gli aspetti positivi, come la grande rete del volontariato e la capacità di reagire, la capacità del mondo dell’impresa di ripensarsi, la Protezione Civile ecc. Ma sono emersi anche aspetti negativi: ci siamo resi conto che questo meccanismo istituzionale non è pensato per far fronte a momenti così impattanti come una pandemia. Il rapporto tra Comuni, Regioni e  Stato non ha, in molte occasioni, risposto in modo adeguato. La mancanza di chiarezza dei confini delle competenze – chi fa che cosa - e delle responsabilità tra Stato e Regioni è venuta a galla con tutta la sua violenza in questo momento. In una situazione di emergenza bisogna rendere invece più rapidi ed efficaci possibili gli effetti di quel che si decide, decisioni che devono essere perciò centralizzate: questo non vuol dire abolire le Regioni o tornare al vecchio statalismo: pur tuttavia il sistema delle autonomie va rivisto. Quest’estate, solo per fare un esempio, ho contato sei modi diversi di riaprire le spiagge”.

Al sindaco Nardella ha fatto eco Gori: “Io sono un convinto autonomista e sono per le autonomie regionali: ma in uno stato di emergenza, quella in cui di fatto siamo, deve esserci una supremazia dello Stato sulle istituzioni di rango inferiore”.  Il dibattito ha toccato anche temi e leader politici, che il libro tratta ampiamente: “Ho lavorato per Berlusconi tanti anni – ha detto il sindaco Gori - nella mia esperienza nella sua azienda. Le riunioni si facevano al tavolo di Arcore, mi ha dato responsabilità dei palinsesti delle sue tre reti quando avevo 29 anni, e questo è cosa rara. Gli devo tanto professionalmente. Poi c’è stato il passaggio dalla sua dimensione di imprenditore a quella politica. Penso che abbia fallito la rivoluzione liberale e la sua missione politica, ma penso anche che in questo momento storico abbia nuovamente l’occasione di tornare a scrivere il proprio nome nella storia del Paese, di segnarne il rilancio e il riscatto se saprà distaccarsi dai sovranisti”.

E riguardo a Renzi? “Ritengo che Matteo abbia una vita politica lunga davanti a sé, non penso affatto che la sua stagione politica sia finita” precisa Gori. “Italia Viva – commenta Nardella - non è nata per rimanere un partito a sé, ma per promuovere un processo politico nuovo di unificazione dei democratici e dei riformisti in Italia”. Il libro parla anche dei futuri scenari della politica, ma su questo punto le valutazioni di Nardella e Gori non convergono: “Non credo che Renzi, Calenda vorranno mai rientrare nel Pd, ma non è questo il tema. L’importante – spiega Gori – è che il Pd dialoghi con loro senza considerarli dei nemici e, viceversa, non consideri i 5 Stelle come partner perfetti: questa cosa non può esistere”.

Di parere diverso il sindaco Nardella: “Sono più indulgente di Giorgio da questo punto di vista. Non escludo che da un confronto vero tra Pd e 5 Stelle possano nascere degli spunti seri. Un’alleanza parlamentare non è a tutti gli effetti un’alleanza politica: per renderla tale occorre un percorso. La politica, a mio parere, è il “terreno del possibile”, e il lavoro è un tema di fondo da sondare: penso ad esempio che spendere 6 miliardi sul reddito di cittadinanza sia una misura da superare. E che questi soldi si possano investire ora più che mai - perché il prossimo è un anno decisivo per il Paese - sulle competenze, sulla formazione, sul lavoro, sulla riduzione ulteriore del cuneo fiscale per dare lavoro ai giovani”.