Francesco Carrassi
Francesco Carrassi

Firenze, 10 febbraio 2019 - Sì, no, ma, forse, a condizione che… Il potenziamento dell’aeroporto Vespucci è rimasto intrappolato, ancora una volta, nella matassa intricata che lo accompagna da decenni, a cominciare dall’ ormai lontano 1970 quando La Nazione titolò “L’aeroporto condizionerà il turismo dell’avvenire”. Lo è rimasto addirittura in quella che pareva essere, quasi cinquant’anni dopo, la giornata risolutiva, quella di mercoledì scorso, con il via libera libera allo sviluppo del ministro alle infrastrutture Danilo Toninelli che però dà lo stop ai finanziamenti pubblici per l’opera. Non si sono dunque diradate le fitte nebbie nelle quali rimane avvolto il più che sofferto progetto dell’allungamento della pista anche se si sono fatti squarci di chiarezza sullo stato di una pratica che continua a procedere a passi da lumaca. La spada di Damocle del rischio infrazione europea sugli aiuti di stato per quanto riguarda i finanziamenti, sbandierato dal ministro, e il persistente contrasto tra il sindaco di Firenze e i sindaci della Piana, hanno finito per offrire allo stesso ministro il destro della polemica elettoral politica che ha rimbalzato la responsabilità dei ritardi accumulati sulla indecisione (o incapacità?) delle maggioranze di diverso segno dal suo schieramento.

Il bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto è stato insomma servito. Il ministro, pur avendo concesso il via libera all’iter amministrativo concluso, ha ribadito il suo no infatti a concedere in toto quei fondi che aspetterebbero di essere investiti. Sul punto il governatore Enrico Rossi ha messo in guardia lo stesso ministro, e a strettissimo giro di posta, su quelle che ha definito inaccettabili sorprese. Per non farci mancare proprio nulla restano l’incognita della decisione del Tar e l’irriducibile opposizione dei sindaci della Piana. Ecco il senso del sì, no, ma, forse… su tempi che continuano a scorrere lenti mentre i ritardi si accumulano insieme alle esigenze e alle aspettative del mondo economico e del lavoro. Sia pure con forzature e docce fredde comunque è innegabile che si siano fatti passi importanti anche se non definitivi per un progetto tenuto in ostaggio da polemiche politiche e pastoie burocratiche. Guardando a quello che accade all’estero, in tema di grandi infrastrutture, ci si domanda spesso perché in Italia chi affronta ogni impresa sa che essa è al limite del possibile. Non solo per realizzarla e per completarla ma anche per avviarla. E’ che ci siamo legati le mani da soli quando, dati dell’associazione costruttori, tra lacci e laccioli, occorrono quattro anni solo per aprire un cantiere. E purtroppo l’allungamento di una pista, con il suo ormai mezzo secolo di attesa, può candidarsi all’ingresso nel Guinness dei primati nella infinita lista dei casi emblematici . E questo, grazie ai contrasti e all’incertezza della politica e all’ineffabile potere del timbro.