La Statua della Libertà e il monumento di Pio Fedi
La Statua della Libertà e il monumento di Pio Fedi

Firenze, 28 ottobre 2021 - Dopo viaggi in mare estenuanti e interminabili, era la prima cosa che gli emigranti scorgevano quando la nebbia si diradava, in attesa di toccare terra americana. La Statua della Libertà, che svetta maestosa con i suoi 93 metri d’altezza sull’intera baia di Manhattan, visibile, nelle giornate serene, addirittura a 40 chilometri di distanza.

Non si contano i film che l’hanno ripresa o le foto che l’hanno immortalata. La Statua della Libertà (il cui nome completo è “Liberty Enlightening the World”, ossia “La libertà che illumina il mondo”) dal giorno in cui è stata inaugurata ufficialmente - il 28 ottobre 1886, alla presenza del presidente Grover Cleveland - è divenuta il simbolo di New York e di tutti gli Stati Uniti. Raffigura la laica Dea Ragione che indossa una lunga toga. Ha il braccio alzato, sorregge fieramente nella mano destra una fiaccola, simbolo del fuoco eterno della libertà. Nell’altra mano stringe una tavola con la data del giorno dell’Indipendenza americana, il 4 luglio 1776. La corona sulla testa, con le sue sette punte, rappresenta i setti mari, e in origine i sette continenti. Ai piedi ha delle catene spezzate, simbolo a loro volta della liberazione dal potere dispotico.

La statua, che poggia su un basamento di granito, è stata un dono del popolo francese a quello americano, in segno di amicizia e in commemorazione della Dichiarazione d’Indipendenza del 1776. Opera di Frédéric Auguste Bartholdi, vanta una firma d’eccezione per i suoi interni: quella di Gustave Eiffel, costruttore della celebre torre parigina. Non è stato facile collocarla nel punto dove ora si trova: all’entrata del porto sul fiume Hudson, al centro della baia di Manhattan, sulla rocciosa Liberty Island. Costituita da una struttura reticolare interna in acciaio, per quanto fosse stata notevolmente alleggerita grazie a un rivestimento di fogli di rame battuto sagomati, il peso risultava comunque enorme. Si pensò allora di produrla in Francia e di assemblarla in America, dove venne trasportata in 1.883 casse attraverso numerosi viaggi a bordo di una nave. Mancava però il basamento, per la cui costruzione occorreva oltre un milione di dollari dell’epoca: il New York Times pensò allora di lanciare una sottoscrizione pubblica, a cui la gente rispose in massa: la somma venne raccolta in pochi giorni. Era il 5 agosto 1884 quando venne posata la prima pietra. Completata nel 1885, il taglio del nastro dell’inaugurazione ufficiale avvenne l’anno seguente, il 28 ottobre 1886.

Anche sul simbolo americano per eccellenza, secondo alcuni, ci sarebbe lo zampino italiano. Nonostante non ci siano prove certe, è notevole la somiglianza tra il monumento che domina il porto di New York, e quello monumentale innalzato dallo scultore Pio Fedi al patriota e poeta italiano Giovan Battista Niccolini a Santa Croce a Firenze. La statua fiorentina, che molto ricorda quella americana, raffigura una figura femminile con una corona di otto raggi (uno di più di ‘Lady Liberty’), ha il braccio destro sollevato e nella mano una catena spezzata. Il braccio sinistro, abbassato, culmina invece con una ghirlanda d’alloro, simbolo della poesia. Non identica ovviamente alla ‘cugina’ newyorchese, ma certamente molto simile. Non ci sono prove certe che Fedi, lo scultore più in vista nella Firenze post-unitaria, e Frédéric Auguste Bartholdi si siano mai conosciuti. È noto però che quest’ultimo si recò a Firenze tra il 1860 e il 1870, prima dunque di metter mano alla monumentale scultura destinata al suolo americano. E in questa occasione potrebbe aver visto disegni e bozzetti del monumento di Fedi, inaugurato a Santa Croce nel 1883, tre anni prima di ‘Lady Liberty’, e iniziato diversi anni prima. Sarebbe l’ennesima testimonianza di un ponte di idee e di arte, dalla vocazione internazionale, che lega Firenze e l’Italia con New York e gli Stati Uniti.

In ogni caso, e a prescindere dall’autentica origine del modello ispiratore, questa statua, nella sua faraonica maestosità, ha rappresentato molto più di un simbolo. Soprattutto per gli immigrati che tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, a bordo di bastimenti stracarichi e al termine di una faticosa traversata, salutavano questo monumento con occhi pieni di speranza e di lacrime. Era già un grande traguardo essere arrivati in quella lontana terra promessa, per chi era alla ricerca di un lavoro, di una vita nuova e magari di un po’ di fortuna. Per i visitatori di oggi, la fatica è tutta nei gradini che portano in cima, sul punto di osservazione della corona, luogo ideale per foto dal panorama mozzafiato. Non molti anni addietro, la poetessa statunitense Emma Lazarus rimase invece sconvolta davanti a un’altra vista, di tutt’altro genere: quello dei miseri quartieri di quarantena degli immigrati in attesa nel porto di New York. Ciò che vide le ispirò un sonetto, intitolato The New Colossus, inciso in una lapide di bronzo posta sul piedistallo della Statua della Libertà. Recita così: «Tenetevi, o antiche terre, la vostra vana pompa - grida essa (la statua) con le silenti labbra -. Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifiuti miserabili delle vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata».

 

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Maurizio Costanzo