"Sposami, molla tutto e vieni via". Una risata cattiva gli gelò il sangue

Lei lo guardava perfida, lui vide nei suoi occhi l’odio che aveva vissuto a casa durante la guerra

Marco

Vichi

Le commesse si erano fermate e fissavano la scena da lontano. La cliente fingeva di guardare camicette e gonne, ma non si perdeva nulla. "Sposami" disse Goran un’altra volta, nel caso lei non avesse capito. Patrizia adesso lo guardava a bocca aperta. La sua mascella cominciò a sussultare leggermente, poi un po’ più forte, e alla fine la risata esplose in aria come una scudisciata. "Questo è matto" disse, ma non parlava con lui. Lo guardava ma non lo vedeva. Non vedeva lui, non vedeva Goran, il vero Goran… Vedeva un uomo sporco, stanco, oppresso da un sogno impossibile, abbagliato dal desiderio di cambiare il corso del destino. "Tu sei mia" disse Goran, con le ginocchia che gli tremavano. "Oddio, questo deficiente si è bevuto il cervello" disse lei, ancora ridendo. Era bellissima e cattiva, pensò Goran, due cose che insieme facevano male più di una bastonata. La luce dei suoi denti era insopportabile. Denti perfetti, bianchi, belli come lui non ne aveva mai visti. La sua pelle era una pesca matura sotto il sole, i capelli emanavano odore di giovinezza. "Tu sei mia" disse ancora Goran. Lei a quel punto smise di ridere. "Senti, idiota… Vattene o chiamo la polizia" disse, cattiva. Lui non si mosse, allora lei gli voltò le spalle e s’incamminò verso il telefono. "Aspetta" urlò Goran, dimenticandosi dov’era e tutto quello che c’era intorno. Esistevano solo loro due, uno di fronte all’altra nel deserto della vita. La ragazza si fermò e si girò verso quel matto, incredula. Goran fece un passo in avanti, sotto il fuoco di quegli occhi pieni di odio. Odio per cosa? Lei non sapeva nulla di cos’era il vero odio… la guerra, i carri armati, le case distrutte, le donne violentate, i bambini uccisi… Goran allargò le braccia, si toccò i vestiti sporchi, la faccia con la barba lunga.

"Io non sono quello che vedi" disse, con gli occhi umidi di pianto. Non piangeva per lei, ma per quello che aveva ancora nello sguardo del suo Paese infuocato dalla violenza. "È meglio se te ne vai" fece lei, rabbiosa. A un tratto Goran sentì che doveva scusarla, doveva perdonarla. No, quella donna non era cattiva per davvero. Sembrava cattiva, ma non era vero, non poteva essere vero. Lei non voleva ferirlo, era solo imbarazzata, una povera ragazza imbarazzata.

In lontananza si alzò in aria il suono di una sirena, e lui sentì il rumore delle bombe, vide i corpi che saltavano in aria, vide la miseria, la paura, le notti senza cibo e senza luce, il freddo, vide i bambini impiccati ai lampioni… Perché i bambini? Cosa c’entravano i bambini?... Vide le ombre dei soldati che entravano nelle case a violentare le donne e le ragazzine, prima di ammazzarle, vide i suoi morti che non avevano pace… Vide nelle proprie mani la voglia di uccidere, di vendicarsi… Fece un altro passo avanti. Perché non poteva succedere? Perché lei non gli buttava le braccia al collo e non lo baciava sulla bocca? Non era giusto che i sogni restassero sempre e solo sogni. Non era giusto. "Dimmi di no, ma non ridere" disse. Lei scoppiò a ridere apposta, anche se non ne aveva nessuna voglia. "Ti avevo pregato" disse Goran. Vide le proprie mani che si alzavano da sole, le vide avvolgersi al collo di lei, mani ruvide e sporche su quella pelle bianca e lucente… Le dita continuavano a stringere sempre di più, sempre di più, e l’angelo dilatava gli occhi, due grandi occhi da cui usciva la vita e tutto l’odio del mondo. Sotto le dita Goran sentiva i battiti del cuore di lei, tun tun tun tun, cuore nuovo vita nuova, e intorno tutto silenzio, solo silenzio, silenzio, silenzio... Goran visse tutto questo senza muovere un dito, un secondo lunghissimo, mentre lei continuava a ridere con rabbia, bella e cattiva, bella e perfida. "Ti avevo pregata" disse ancora.

Scosse appena il capo, guardandola con pena, poi si voltò e se ne andò senza dire altro. Si ritrovò nella strada, solo, sporco, con le orecchie in frantumi per le bombe che ancora esplodevano accanto a lui, con gli occhi bagnati di sangue innocente… Avanzava nella strada passando come un fantasma in mezzo alla gente, si sentiva morto… Sapeva solo che stava camminando verso il mare, quel mare che aveva attraversato solo poche ore prima, quel mare che forse avrebbe fatto meglio a inghiottirlo.

4-fine