Letta brinda a Siena dopo la vittoria elettorale (foto Paolo Lazzeroni)
Letta brinda a Siena dopo la vittoria elettorale (foto Paolo Lazzeroni)

Firenze, 10 ottobre 2021 - Era da tempo che non gli capitava un post voto del genere. E allora in alto i calici dem toscani e non solo. Potete sicuramente brindare in piazza del Campo e sul lungomare napoletano e sotto le Due torri bolognesi, ma presto dovrete scegliere.

Un conto sono le alleanze variabili praticabili, sui temi e sulla sintesi, sui territori (locali), un conto sono le alleanze a più vasto raggio quando l’emergenza, si spera, sarà finita, e quando bisognerà tornare a dare valore alla lungimiranza politica. In Toscana e non solo il Pd è stato perno naturale in questa tornata elettorale amministrativa di sinergie multitasking. Un po’ come necessitava, senza guardare troppo a chi rimaneva fuori. Importante era rialzare la testa e portare a casa il risultato. E così abbiamo assistito a Pd con la sinistra senza M 5stelle e Italia Viva (Sesto Fiorentino), a Pd con pentastellati e senza Iv (Grosseto), a Pd con tutti dentro (suppletive a Siena-Arezzo). Non potrà andare avanti per molto a livello nazionale.

"Letta è figlio politico di Prodi e guarda all’esperienza dell’Ulivo. Letta vuol creare una coalizione all inclusive e dal suo punto di vista è strategicamente giusto. Ma quanto tutti i chiamati in causa avranno voglia di farne parte? Penso ai Cinque Stelle divisi tra la linea moderata istituzionale di Conte e quella di piazza di Grillo", ha detto a La Nazione il professore Alessandro Chiaramonte.

Poi c’è una spinta emersa anche nell’ultimo fine settimana trascorso, alla moderazione in cui forze di centro potrebbero trovare collocazione. Come bilanciare con lo sguardo a sinistra (Leu)? Letta e i suoi, a partire dalla squadra annunciata unitaria in Toscana, dovranno presto farsi carico di questi dilemmi politici che indicano una strada di sostanza nelle scelte politiche su lavoro e industria, diritti, crescita del paese (infrastrutture), istruzione e cultura. Perché un voto d’autunno non fa mai primavera.