Agnese Pini
Agnese Pini

Firenze, 16 novembre 2019 - Siamo entrati in una chat di pedofili e ci siamo rimasti una settimana. È stato uno schifo: perdonerete la crudezza del termine, ma non esiste altra parola che possa rendere altrettanto l’idea. Per entrarci non abbiamo commesso nessun reato, perché quella chat è più o meno pubblica e facilmente accessibile attraverso una semplice applicazione di messaggistica: si chiama Telegram, è russa, in Italia la usano 9 milioni di persone.

Ci hanno fatto schifo le frasi che abbiamo letto, ci ha fatto schifo lo scambio continuo e impune di foto rubate dai social di bambine che giocano sull’altalena, sorridono in spiaggia, mangiano un gelato. Bambine e ragazzine che potrebbero essere le nostre figlie, nipoti, sorelle, diventate oggetto di una banda di pervertiti coperti dall’anonimato del web.

Così abbiamo sperimentato – e oggi lo denunciamo in questa inchiesta a puntate che pubblichiamo in esclusiva – come il gioco innocente di Instagram e Facebook possa trasformarsi in un archivio digitale alla portata di pedofili e maniaci. Tutto questo, dicevo, ci ha fatto schifo. Ma ancora di più ci ha fatto paura quello che non siamo riusciti a dimostrare, e che possiamo solo dedurre: perché dietro quelle foto rubate ci sono bambine e ragazzine in carne e ossa con nomi, cognomi, scuole, indirizzi tracciabili dai loro stessi social network.

Senza tutele, privacy, controlli. E il passaggio dal virtuale al reale, se non è immediato, resta comunque più che possibile. Ci ha fatto schifo e paura vedere con quanta facilità e immediatezza avvenga tutto questo, e quanto al tempo stesso sia difficile (forse impossibile) fermarlo. Perciò era importante scriverlo, e denunciarlo.

Che cosa stiamo aspettando? Le leggi che regolamentano il selvaggio web sono ancora timide e inadeguate. Lo ha detto perfino papa Francesco che occorre trovare strategie e limiti a livello globale. La libertà senza regole è solo una trappola.
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