Gianni Andreini
Gianni Andreini

Arezzo, 15 maggio 2019 - «Mi sono appena svegliato, finalmente sono riuscito a chiudere gli occhi dopo due giorni insonni». Risponde al telefono Gianni Andreini dalla sua casa di Manhattan a 48 ore di distanza dalla violenta rapina che ha subito.

E ci racconta per filo e per segno l’avventura più pericolosa della sua vita. Innanzittutto, come sta?
«Bene per fortuna, sono un po’ rintontito ma il peggio è passato».

Cosa è successo esattamente quella notte?
«E’ stata un’azione non fatta per caso, l’unico che per caso ci si è trovato in mezzo sono stato io».

Ci spieghi...
«Erano tre, di colore, armati. Avevano le chiavi per entrare nella casa condivisa, un edificio a tre piani con cinque camere complessivamente. Io sto al terzo piano e nella stanza accanto abita Brian. Volevano lui, non so quali conti in sospeso avessero».

Dunque non un rapina vera e propria?
«No, sono saliti subito al terzo piano ignorando i ragazzi che stanno ai primi due».

Lei cosa stava facendo?
«Dormivo tranquillamente e mi sono svegliato di soprassalto per il gran rumore di una colluttazione. Ho aperto la porta per capire cosa stesse succedendo, ho visto i tre, tutti mascherati, e ho cercato di barricarmi in stanza».

Non ce l’ha fatta...
«E’ arrivato uno, un armadio. Aveva la pistola in pugno, con un calcio ha abbattuto la porta, mi ha travolto e mi ha sferrato un colpo alla testa con il calcio dell’arma. Gridava ti ammazzo, ti ammazzo».

Cosa si pensa in quei momenti...
«Ho avuto paura di morire, in testa mi sono passate centomila cose. Sono caduto, vedevo il sangue che mi usciva copioso, l’energumeno sopra di me. Ho cercato di stare fermo, di non guardarlo in faccia, tenevo gli occhi a terra. Ma soprattutto c’era quella sensazione terribile di avere la canna della pistola puntata alla tempia, il freddo del ferro sulla pelle. Dacci i soldi, urlavano. Quello che ho è tutto qui, rispondevo».

Poi se ne sono andati...
«Hanno rovistato la stanza, mi hanno portato via il cellulare, il computer e un orologio Rolex Daytona. Avevo anche un altro orologio che non hanno trovato, come pure dei soldi. Il tutto sarà durato cinque minuti, quindi sono finalmente usciti».

Lei cosa ha fatto?
«Ho chiamato Brian, era in condizioni pietose: tumefatto in volto, al corpo aveva anche preso una coltellata di striscio».

Avete subito dato l’allarme?
«Non c’erano più i telefoni, sono corso al piano di sotto e mi sono fatto dare un cellulare per chiamare la polizia che è arrivata pochi minuti dopo insieme a un’ambulanza. In ospedale mi hanno messo i punti, tra una settimana se li faccia togliere da qualche parte, mi hanno detto. E sono tornato a casa».

Da Arezzo quante chiamate ha ricevuto?
«Ho comprato un cellulare da poco e già sono stato subissato dagli amici, erano preoccupati per le mie condizioni. Ho tranquillizzato tutti, iniziando ovviamente dai miei genitori, molto spaventati. Li rivedrò a luglio quando torno in città».

Al lavoro anche in questi giorni?
«Come sempre».