Arezzo, 12 luglio 2018 - «Quanti siete?». Dalle prime alle ultime file si sporgono o accendono il cellulare per non sfuggire al censimento. «Otto miliardiiii?». Non sono otto miliardi e la cifra a Frah Quintale, la «stella» che chiude la serata senza stelle, la gag serve solo a lanciare una sua canzone. Ma sono lo stesso tanti.

E’ tutto gratis e questo di sicuro aiuta, già il biglietto, qualunque biglietto, un po’ di selezione la farebbe. Ma restano tanti, abbastanza per far vincere al Mengo la scommessa della prima serata. Il ritorno al Prato vale la candela, o almeno il display acceso del cellulare. 

Perché al Prato, quando Frah Quintale comincia a saltare a dispetto del cognome decisamente pesante, ci sono almeno duemila persone. E il flusso è continuo dal’inizio. Una città divisa a metà. Perché nel Corso c’è il passeggio rarefatto di metà agosto, le coppiette in cerca di intimità, gli ultimi romantici. Gli altri sono lassù.

Lassù, a dimostrare che questa città ha ancora fame di musica giovane o di quegli eventi tra i quali è cresciuta e che non ha dimenticato. Lassù, poco oltre la trincea degli steward, le cui casacche giallo evidenziatore ormai delimitano i confini degli eventi, non solo aretini.

Intorno le tende in cerchio degli accampamenti rock: birra e salsicce (senza allusioni a Totò..) ma anche vestiti, oggettistica e perfino qualche artigiano venuto da bottega al Prato a miracol mostrare. In mezzo il palcoscenico, preceduto dal mixer dentro l’ovale. Con Radio Fly a mandare in diretta tutto, compresi i piccoli malori di chi non regge all’emozione del ritorno dei concerti al Prato.

 Quasi tutti giovani, rispetto al concerto della memoria del 2 giugno, guidato da Don Backy, qui perdiamo secchi almeno 20 anni di media, forse più.

«Hai visto mai?
Gli occhi di chi ha perso tutto
Pur di essere alla tua altezza
E ora balla senza testa al centro della tua festa» Frah infila uno dei suoi successi e la gente incredibilmente lo canta e quindi lo conosce

Frah Quintale canta e loro lo seguono, perfino sui pezzi nuovi. Lui viene da Brescia, che poi è la sua città, reduce da una serata da 2200 persone. E saltella stupito, forse non si aspettava di trovarne almeno altrettante.

«Raga, come state?». Il Mengo sale come un bambino sulle spalle di un gigante. Il gigante di eventi troppo presto rimossi dal Prato e dalla memoria, come Arezzo Wave prima e il Play Art poi.

E’ dai primi rapper che non ti chiamavano raga, forse è rimastom solo Jovanotti a continuare. E i più stagionati tra il pubblico sogghignano amari. «E’ abbastanza stupefacente» insiste il Frah dal palco, sdoganando un altro di quegli aggettivi che leghi almeno almeno ai tempi prima della crisi.

«Perché non c’è
Nulla di più stupefacente di te
Dovevo starti lontano
Ma tu mi hai insegnato a volare»


Frah si chiama Quintale e quindi vola male. E non è poi un ragazzino, l’anno prossimo entra nei 30. E’ passato dall’hip hop, dalla pittura, dal  freestyle. Poi ha preso a scrivere testi e trovato la sua strada. La stessa che lo ha portato al Prato. Come buona parte dei colleghi del Mengo era al concertone di piazza San Giovanni a Roma: così stasera i Gemitaiz, così domani i Ministri e sabato Willie Peyote e soprattutto Cosmo.

Paco Mengozzi, sorta di manager senza portafoglio, pesca nel suo fidato mare Indie italiano, lo stesso del Mengo di Tortaia. E moltiplica i pani e i pesci. Avrebbe voluto almeno un nome forte, da innescare in una serata finalmente a pagamento, l'unica di una carriera nata gratis e cresciuta gratis. Non ce l'ha fatta.

«Dove sei?
stavo cercando di vederti in mezzo a tutta questa folla
sai che il riconoscerei il tuo nome
tra quasi 8 miliardi di persone»

Gli otto miliardi li vede solo lui, forse perché saltella. I duemila e passa tornano a casa ma con calma, perché l’ora  della ritirata nelle notti del Prato è l’una. E stasera si riparte. Raga di tutto il mondo unitevi