Mario La Via
Mario La Via

Arezzo, 30 luglio 2016 - Persino la villa hollywoodiana a Roma nord se l’era ristrutturata a spese della Privilege Yard e dunque dei creditori, come a dire le banche, con Etruria capofila, che gli avevano concesso crediti per 140 milioni, più altri 90 di fatto mai erogati. Sulle manie di grandezza di Mario La Via, il funambolico imprenditore (si fa per dire) protagonista dell’operazione yacht, che solo a Bpel è costata 30 milioni di sofferenze, parlano chiaro sia l’ordinanza di custodia cautelare agli arresti domiciliari che il decreto di sequestro preventivo di quanto resta dell’immensa dissipazione in cui sono andati dispersi nei paradisi fiscali quasi 80 milioni di euro.

Basti dire che, come scrive il Gip di Civitavecchia Paola Petti, l’immobile-fortilizio nel quale La Via è adesso rinchiuso con divieto di parlare ad estranei, fatta eccezione per i familiari stretti, comprende quattro livelli: sala cinema, discoteca, palestra, tre saloni di rappresentanza, parco con piscina, campo da tennis e spogliatoi. Roba da poveri in canna, insomma.

Bene, i lavori di adeguamento della villa, costati 4 milioni, sono stati fatturati – nota ancora il Gip – alla Privilege Yard e costituiscono adesso uno dei capitoli di bancarotta fraudolenta contestati al pittoresco manager di 76 anni. Decisiva in tale senso la testimonianza di Luciano Franceschini, arredatore navale di Terni, la cui azienda si è occupata sia del mega-panfilo che ora arrugginisce al sole del cantiere di Civitavecchia sia della sistemazione della villa, tutto pagato da Privilege, perchè formalmente la residenza di La Via era la foresteria della società.

In realtà, l’immobile era intestato a Criba Agricola, che a sua volta l’aveva concesso in comodato gratuito alla famiglia La Via. La sigla del resto era controllata da un trust con sede in un paradiso fiscale che faceva capo ai figli dell’ad di Privilege. Una delle società del vorticoso giro che comprende anche Villa Gelsomini e Giel attraverso il quale dalla Panama Overfin Corp sono rientrati in Italia piccole parti dei 79 milioni erogati dalle banche e subito girati a Privilege Inc. delle Isole Vergini e Privilege Fleet Management.

L’argent de poche con il quale La Via si garantiva un’esistenza lussuosa e spensierata. Il meccanismo La Nazione lo ha già spiegato ieri: le banche del pool chiesero prima di erogare il finanziamento un aumento di capitale da 79 milioni effettuato conferendo a Privilege i progetti di costruzione del mega-yacht, valutati appunto tale cifra. Subito dopo i soldi presero la via dei paradisi fiscali, ufficialmente per le suddetti spese di progettazione, così messe in conto due volte. Gli istituti di credito pensarono di affidarsi per i controlli alla società Protos, incaricata di verificare gli stati di avanzamento dei lavori.

Ma chi controlla i controllori? E infatti Protos senza battere ciglio accettò quanto dichiarato da Privilege, che cioè erano stati spesi 145 milioni, 42 dei quali per i progetti: “non operando su questa voce alcuna analisi critica”, come scrive il Gip. Lavoro che sarebbe spettato in primo luogo alla capofila Etruria. E fosse finita qui.

No, dopo il fallimento della Privilege nel 2014, La Via ha cercato di riprendere le fila del suo gioco, costituendo in Bulgaria una nuova società, la Privilege Yard Marketing East Ltd, attraverso la quale, secondo l’ordinanza di custodia cautelare, avrebbe voluto riprendere il controllo dello yacht. Magari, come ritiene il giudice, partecipando alle aste fallimentari per la vendita della super-nave, finora andate deserte.

E’ uno dei motivi per cui secondo il Gip il pittoresco manager può ancora inquinare le prove e reiterare il reato di bancarotta. Perciò l’ordinanza che lo manda ai domiliari. Un po’ meno duri da sopportare in una mega-villa hollywoodiana pagata dai creditori.

di Salvatore Mannino