Arezzo, 20 settembre 2021 - Alle 9 di sabato sera, duecentosessanta giorni dopo essersene andato per lavoro in Albania, Davide Pecorelli, 45 anni, ha varcato la porta della sua casa di Selci di San Giustino in Umbria dove viveva, prima di scomparire nel nulla, dato per ammazzato col fuoco, con la compagna albanese e il figlioletto di un anno appena. Ieri mattina invece è andato dai tre figli avuti dalla prima moglie. "Li devo vedere", aveva detto allontanandosi di corsa dalla caserma dei carabinieri di Piombino dove era stato identificato dopo il naufragio.

A loro, prima ancora che al procuratore aggiunto Giuseppe Petrazzini oggi in procura, l’imprenditore di Sansepolcro ed ex arbitro ad Arezzo, dovrà spiegare quasi nove mesi di silenzi carichi di mistero. L’ansia di un omicidio nelle campagne di Puke. E poi, quando gli stessi inquirenti erano sicuri che fosse vivo, non essere tornato. Per riapparire, capelli lunghi e documenti falsi, su un gommone in avaria al largo dell’inaccessibile isola di Montecristo dopo aver trascorso due notti al Giglio in albergo, come un turista. Domenica Pecorelli sarebbe stato a Roma: la carta di credito cointestata con la compagna ha prelevato contante per la prima volta da gennaio.

E’ un giallo nel giallo con aspetti quasi romanzeschi, degni di una fiction. Inizialmente la procura di Perugia aveva aperto un fascicolo per omicidio volontario e traffico di droga ma l’informativa della squadra mobile di Perugia aveva fornito elementi certi dell’esistenza in vita dell’imprenditore, dando conto anche di pesanti criticità emerse a livello finanziario.

Davide Pecorelli e l'auto bruciata

Un fascicolo aperto alla procura di Arezzo per il crac della sua società in terra toscana, la relazione preliminare del curatore che ricostruiva un dissesto tutto da chiarire, i sigilli apposti nel negozio di parrucchieria di Sansepolcro. Situazione difficile che forse Pecorelli ha tentato di risolvere proprio attraverso il suo viaggio in Albania, ufficialmente per vendere - in piena pandemia - prodotti per capelli. Ma il 6 gennaio le foto dell’auto in fiamme con all’interno gli effetti personali di Pecorelli (compreso il cellulare rimasto integro nonostante le fiamme) e i frammenti ossei trovati nella Skoda presa a noleggio all’aeroporto hanno fatto ipotizzare il peggio. Anche se poi si è registrata l’anomalia dell’autorità giudiziaria albanese che inviava in Italia a rate microframmenti di ossa da cui è sempre stato impossibile estrarre il dna.

Davide Pecorelli e l'auto bruciata

Pecorelli oggi dovrebbe comparire come testimone - e quindi solo – in procura. Scomparire non è reato. Ed eventuali simulazioni di un fantomatico e inesistente omicidio sarebbero state commesse fuori dai confini territoriali e giuridici. L’imprenditore deve però rispondere di simulazione di reato: in albergo al Giglio e alla società di noleggio dei gommoni ha fornito un documento con la sua foto e il nominativo di un altro mentre la sua ’vera’ patente era nascosta in camera. Di lì la denuncia per sostituzione di persona che potrebbe richiedere l’assistenza di un legale. In questo caso l’avvocato Giancarlo Viti, già nominato durante le ricerche dalla compagna.

I nodi da sciogliere restano molteplici sono molteplici. Perché Pecorelli non voleva farsi trovare e solo le condizioni avverse del mare e il motore in avaria l’hanno fatto ’riemergere’ alla sua prima vita? E perché ai militari forestali di Montecristo ha subito dichiarato la sua relae identità chiedendo di parlare con la magistratura di Perugia? Quasi a sua tutela. Eventuali problemi in Albania o le difficoltà economiche finanziarie emerse potrebbero averlo messo in difficoltà e, in pericolo.