Arezzo, 10 luglio 2018 - Avrebbe visitato cittadini cinesi in orario di servizio, usando le strutture e i mezzi dell’Azienda sanitaria e incassando le parcelle al nero. E’ questa l’accusa rivolta dal gip ad Elena Busi, nata a Bibbiena 41 anni fa e ginecologa nell’ospedale Santo Stefano di Prato, che ieri è stata arrestata insieme altri tre colleghi anche loro in servizio nell’ospedale pratese, e a tre cittadini cinesi.  

La donna che ha un ambulatorio privato anche a Bibbiena dove regolarmente ha seguito le sue pazienti fino a ieri, sarebbe stata una delle protagoniste di un «sistema« di visite non regolari svolte durante l’orario di lavoro che ha portato il gip a disporre il provvedimento restrittivo della libertà personale e la sospensione dal servizio. La 41enne è nata e cresciuta a Bibbiena e dopo aver frequentato il liceo classico di Poppi, ha scelto di frequentare l’università fiorentina diventando prima medico e poi ginecologo, dopo un lungo tirocinio nell’ospedale di Careggi.

Sposata con un imprenditore di Stia, ex titolare di un’azienda edile, la Busi è mamma di tre bambine e da qualche anno vive con la famiglia a Firenze. I genitori tuttavia sono rimasti il suo punto di riferimento nella vallata dove svolge anche l’attività di ginecologo ed è conosciuta e stimata da tutti. La notizia infatti ha lasciato increduli colleghi e amici: la donna agli occhi di tutti è una di quelle professioniste serie e affidabili che mai avrebbe potuto commettere irregolarità durante la sua professione.

Nel procedimento penale l’azienda ha fatto sapere che si costituirà parte civile, al fine di ottenere il risarcimento dei danni subiti, sia patrimoniali che di lesione d’immagine. Il direttore generale Paolo Morello Marchese ha definito i comportamenti emersi nella vicenda inaccettabili e da isolare. «Tali comportamenti sono gravissimi e indirettamente - ha detto il direttore - recano danno alle centinaia di operatori che ogni giorno lavorano con onestà nei nostri servizi e che mi sento di tutelare in tutti i modi».

Morello ha anche ringraziato gli inquirenti nei confronti dei quali si è detto disponibile a collaborare. Le indagini hanno preso il via nell’autunno dell’anno scorso, quando una giovane cinese si era sentita male dopo aver ingerito pillole abortive. La ragazza aveva spiegato di essersi rivolta a una mediatrice che l’aveva accompagnata da un medico italiano, che a sua volta le avrebbe dato le pillole.

Una perizia ha accertato che quei medicinali potevano provenire solo dal circuito ospedaliero: le intercettazioni telefoniche disposte hanno poi consentito di risalire ai medici implicati e di scovare l’organizzazione che si era creata all’interno dell’ospedale.