Il processo a Monza

Arezzo, 17 gennaio 2018 - Solo da adulta, dice lei, ha trovato il coraggio di denunciare: quando ero ancora una bambina sono stata molestata dal vicino di casa. E sulla scorta delle accuse di una giovane ormai maggiorenne anche la sorella più grande viene allo scoperto: pure io sono stato vittima delle attenzioni del nostro antico dirimpettaio. Vicenda quest’ultima che non è più punibile: troppo il tempo trascorso, ormai il reato, se c’è stato davvero, è prescritto da un pezzo.

Nell’aula del Gup Piergiorgio Ponticelli, dunque, approda solo un episodio, l’ultimo raccontato dalla sorella più piccola, l’unico ancora perseguibile. Il Pm Chiara Pistolesi ci crede e va giù pesante nella sua richiesta di pena: condannate il presunto pedofilo a 4 anni e 8 mesi, che non è poco visto che siamo in rito abbreviato, con lo sconto di un terzo già conteggiato. Vuol dire che è partita da una pena base superiore ai sette anni, su cui poi è stata applicata la riduzione di legge.

Il caso affonda in un tempo ormai lontano, una sorta di nebbia della memoria dalla quale affiorano l’accusa della ragazzina diventata grande e il netto diniego dell’imputato cui viene contestata la violenza sessuale: non l’ho mai sfiorata. Eppure il ricordo della presunta vittima non lascia molto spazio ai dubbi: quando frequentavo le scuole medie, fra i dieci e i tredici anni, ho dovuto fare i conti con questo vicino che mi metteva le mani addosso.

Sarà bene precisare, anche se ciò non rende meno grave gli episodi nel caso fossero veri, che siamo di fronte non a quella che una volta si chiamava violenza carnale ma a ciò che la vecchia versione del codice penale etichettava come atti di libidine violenta. Comunque sia, la bimba di allora tace. Quanto succede resterà sepolto nei recessi della sua memoria e della sua coscienza per almeno 8 anni, fino al 2016. Poi, con l’età adulta arriva la consapevolezza e anche la voglia di sfogare un’amarezza covata dentro a lungo.

Finalmente la ragazza, ormai una studentessa già in là con gli studi, si confida, prima con gli amici e poi con i familiari. Racconta l’ultimo episodio e anche quello che sarebbe successo prima, sempre col vicino nei panni del molestatore. Delle indagini si occupano la squadra mobile e il Pm Elisabetta Iannelli ma è tutto ormai coperto dalla prescrizione se non il fatto per il quale adesso siamo a processo.

Nel frattempo anche la sorella più grande decide che è giunto il momento di parlare e le sue dichiarazioni vengono raccolte anche in una testimonianza agli atti, senza però che ci sia spazio per un approfondimento investigativo o un’eventuale imputazione supplementare: non ha più senso, dal momento che ogni ipotesi penalmente rilevante sarebbe ormai sepolta dalla coltre del tempo trascorso e quindi dall’estinzione di possibili conseguenze giudiziarie.

Nell’aula del Gup c’erano ieri sia l’accusatrice che l’imputato, sessantenne all’epoca dei fatti ancora tutti da dimostrare o ora over 70. Lo difende l’avvocato Mauro Messeri, che ha chiesto l’assoluzione per mancanza di prove, mentre la ragazza si è costituita parte civile con il collega Antonio Bonacci. A febbraio le repliche delle parti, poi la sentenza. Chi dice il vero, la bimba diventata adulta che racconta a distanza di anni o l’accusato che nega tutto?