Segre
Segre

Arezzo, 9 ottobre 2020 - "Vi racconto la ragazzina che ero 80 anni fa: ma da nonna so  benissimo che voi ragazzi non mi potete vedere come una ragazzina, succedeva anche a me con i miei nonni". Liliana Segre, circondata dalle più alte autorità dello Stato e in una Rondine baciata dal sole ma blindata come mai era stata in passato, infila subito il dialogo diretto con i giovani.

E' la sua ultima testimonianza pubblica ma la affronta come fosse la prima. Scavalca i riflettori, le telecamere Rai puntate, la selva di ringraziamenti che la salutano e cerca con mira gli occhi dei ragazzi. Quelli dello studentato internazionale, che gli fanno corona intorno al palcoscenico, raccontando già con i loro volti le guerre che hanno alle spalle. Quelli del quarto anno d'eccellenza liceale, qui da tutta Italia. Quelli dei ragazzi che la ascoltano.

E i milioni che forse la seguono dalle scuole, molte bloccate davanti a questa testimonianza unica. "Tre soli dei miei compagni di classe ai quali fui strappata senza un perché si sono sempre ricordati di me: per tutti gli altri diventai una bambina invisibile"

E giù si srotola un racconto che parte dalle leggi razziali, continua con l'accoglienza coraggiosa d una famiglia di amici, passa al tentativo di fuga in Svizzera: per poi prendere la discesa mai precipitosa ma irreversibile verso il lager.

"Non ero più una ragazza, non ero più una donna, ero un numero: il numero 75190, che è rimasto indelebile sul mio braccio". Esattamente come la memoria, un'arma potentissima che da trent'anni usa per inchiodare non solo chi l'ha piegata a diventare una "donna schiava" ma anche l'indifferenza, l'egoismo, la superficialità che nel suo caso e in tanti altri diventano alleati dell'orrore.

Tanti altri: per questo la sua scelta di lasciare il testimone a Rondine e ai ragazzi dei Paesi in guerra, costretti come lei a ingoiare violenze quotidiane, quelle esplicite e quelle sottili e per questo ancora più dolorose.

"Hai davanti a te l'Italia,noi non dimenticheremo,noi non saremo indifferenti". Non lo esclama il premier Conte, pur emozionato e con gli occhi lucidi durante buona parte del racconto: lo esclama Maria Giovanna, una ragazza sarda che segue il quarto anno liceale.

"Non sono qui per parlare, sono qui per ascoltare" sussurra lo stesso Conte al microfono, sullo stile delle altre autorità presenti: i presidenti di Camera e Senato, i ministri Di Maio, Lamorgese, Azzolina, Manfredi. Tutti a pendere dalle sue labbra. E lei procede: si interrompe una volta sola, per dei rumori tra il pubblico:e resta ferma per diversi secondi, prima di ripartire, comeha sempre fatto nei suoi 30 anni di incontri e testimonianze.

Ricevela Costituzione autografata dal Presiente della Repubblica con un saluto che legge al microfono. "A voi viene affidat questa testimonianza": è Mattarella dal Quirinale a sancire la staffetta tra una "vecchia signora di 90 anni" e chi la ascolta. E si impegna a non dimenticare.Prima che le auto blu lascino Rondine, sfiorando i mille posti di blocco che punteggiano il percorso dalla collina della pace fino all'Autostrada