Arezzo, 15 maggio 2018 - Lo scenario del tentativo di stupro dentro la stanza d’albergo, l’ipotesi cruda su Martina immobilizzata dai due ragazzi che le sfilano i pantaloncini mentre sbarrano la porta e di lei che si difende graffiando per ora restano fuori dal processo. Quello in cui Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi sono accusati di aver provocato la morte della studentessa genovese mentre cercava di sfuggire a un abuso sessuale. Luana Bono, il sostituto commissario della polizia giudiziaria genovese che ne aveva fatto l’oggetto dell’ultima informativa ai Pm, quella che La Nazione ha ieri anticipato, non può riferirne in aula nella sua testimonianza a norma di codice: è una mera congettura investigativa, non un fatto, anche se è il cuore del processo.

Toccherà al procuratore capo Roberto Rossi darle consistenza di prova nel corso delle udienze che verranno. La poliziotta cui si deve gran parte delle indagini sul campo, si presenta da sola. Non c’è con lei il vicequestore Luca Capurro che ne aveva coordinato il lavoro.

Tocca al sostituto commissario, dunque, raccontare come l’inchiesta italiana sia nata dall’esposto della famiglia, presentato a Genova un mese dopo la morte, e come lei abbia ricostruito la vacanza finita in tragedia: Martina che parte con due amiche per Palma di Maiorca, la sistemazione all’hotel Santa Ana di Cala Mayor, la conoscenza con i quattro ragazzi aretini fra cui Alessandro e Luca, il volo terribile dal balcone della camera 609, al sesto piano, intorno alle sette di mattina.

E ancora le rogatorie per acquisire gli atti di indagine della polizia spagnola, che aveva archiviato tutto come suicidio, le foto sulla stanza e sulla caduta giunte dalle Baleari dentro il fascicolo, quelle che lei stessa e una collega hanno scattato nell’hotel in un sopralluogo del maggio 2012. E infine gli interrogatori dei ragazzi protagonisti, a due a due, all’inizio di febbraio 2012: prima le amiche di lei, poi Albertoni e Vanneschi, infine i compagni di ferie di loro. Tutti intercettati nella stanzetta d’attesa, Alessandro e Luca persino nell’auto con cui vanno a Genova.

Niente può dire, però, Luana Bono sul contenuto di quelle frasi captate dai microfoni, a cominciare dalla più misteriosa di tutte: «Non c’è traccia di violenza sessuale», spiega rassicurante Albertoni a Vanneschi. Sono comunque intercettazioni che fanno già parte degli atti del processo, così come ieri ci sono entrate altre parole choc, quelle che i due ragazzi scrivono su Facebook al ritorno dalla vacanza a Palma.

Le aveva segnalate l’esposto dei genitori, la poliziotta ha verificato che effettivamente stessero nei loro profili, il procuratore Rossi chiede e ottiene che vengano acquisite, nonostante la dura opposizione degli avvocati difensori, Tiberio Baroni per Albertoni e Stefano Buricchi per Vanneschi. «Delirio terrore e di nuovo delirio a Palma», posta su Facebook Luca il 6 agosto 2011. E ancora il 9: «Veramente un’avventura alla Vallanzasca la nostra».

Più vari riferimenti ad Al Capone e al film «Arancia meccanica». C’entra qualcosa con quanto successe nell’alba tragica del 3 agosto o è solo una suggestione? Dovrà dirlo il prosieguo del processo. Di certo, non è il massimo del dolore per due che avevano visto una ragazza di vent’anni volar giù dalla camera in cui era loro ospite.