FILIPPO BONI
Cronaca

Tra i morti l’orologio del babbo. Marisa scoprì così 80 anni fa l’orrore della strage di Meleto. Il giorno del dolore e dei ricordi

In 192 furono massacrati dai nazisti nel giro di pochi giorni in tutta la zona di Cavriglia. Furono le donne a prendersi sulle spalle il paese e ad accompagnarlo verso il futuro.

Tra i morti l’orologio del babbo. Marisa scoprì così 80 anni fa l’orrore della strage di Meleto. Il giorno del dolore e dei ricordi

Tra i morti l’orologio del babbo. Marisa scoprì così 80 anni fa l’orrore della strage di Meleto. Il giorno del dolore e dei ricordi

Il sole di mezzogiorno squarciò una nuvola, l’odore del fumo, acre, e di carne bruciacchiata, all’improvviso, la invasero dappertutto. Marisa guardò il fienile bruciare. Quella era l’aia di Meleto dove era cresciuta, dove suo fratello aveva fatto la cena del matrimonio, quella era l’aia in cui aveva giocato da bambina, l’aia in cui suo padre le aveva insegnato i colori dell’alba. Quella stessa aia in cui adesso riconosceva un pezzo di camicia bruciato dello scheletro annerito dal fuoco di suo zio. Dove un groviglio di corpi abbrustoliti bruciava nel crepitio delle fiamme, di fronte ad un fienile ormai avvolto dal fuoco. Con l’indice puntato contò fino a diciotto crani. Poi, quando dagli scheletri avvizziti comparve una mano nera con l’orologio di suo babbo, perse il conto, perse il senso del tempo e qualcosa, dentro di lei, si ruppe improvvisamente come una diga, come un oceano che la travolse e provò a fuggire.

Marisa aveva quattordici anni e quel 4 luglio 1944, a Meleto, nell’aia che portava il suo cognome, Melani, perse tutti gli uomini della sua famiglia: suo padre, i suoi zii, i suoi fratelli. Era rimasto solo il vecchio Giovan Battista, il nonno, che con un forcone, mentre urlava disperato: "Che cosa abbiamo fatto per meritare tutto questo!?", provava a dividere i corpi. Marisa vide l’inferno in quell’aia che per lei fino ad allora era stata il paradiso.

Quel giorno e nei giorni successivi, nella terra del comune di Cavriglia, persero la vita 192 civili maschi fra i quattrodici ed i novantacinque anni, abbattuti e bruciati dalle unità Hermann Goering della Wehrmacht nei paesi di Castelnuovo dei Sabbioni, Massa, San Martino, Meleto Valdarno e Le Matole.

Fu la quarta strage italiana di quel tempo in termini numerici su scala nazionale. E furono le donne come Marisa che ebbero la forza irragionevole e miracolosa di ricostruire questa comunità. Queste donne non vollero per lungo tempo più sentire parlare né di politica né di nazione, ma soprattutto, nessuna di loro si risposò, come a voler dimostrare al proprio caro scomparso ed allo Stato stesso, che quel giorno erano morte anche loro ed il lutto non era da rielaborarsi né allora né mai. Per certi versi la loro sorte fu ancor più difficile di quella dei massacrati.

Dopo aver assistito all’avvento improvviso dell’apocalisse, infatti, dopo aver seppellito i corpi dei propri familiari, loro furono costrette, pur avendo mezzi incredibilmente limitati e coscienze distrutte, a prendere in mano il timone della ricostruzione ed a traghettare la propria gente verso il futuro.

Quel futuro che oggi con orgoglio possiamo definire democrazia, fiorita dalle mani come quelle di Marisa Melani che allora aveva solo 14 anni e che si è spenta pochi mesi fa. Sono trascorsi 80 anni esatti da quei drammatici giorni.

L’amministrazione comunale in questi mesi ha organizzato molte iniziative per evitare che la cimosa del tempo cancelli quella strage dalla lavagna della storia: viaggi e passeggiate della memoria, un simposio internazionale di scultura monumentale che ha visto protagonisti 12 scultori provenienti da molte parti del mondo per dare un segno di pace e fratellanza tra i popoli in un momento delicatissimo per l’Europa, e poi ancora il restauro del monumento ai caduti di Meleto, la realizzazione della casa della memoria di Castelnuovo, insomma molteplici iniziative volte alla valorizzazione del ricordo e questa mattina alla chiesa di Castelnuovo dei Sabbioni, il sindaco Leonardo Degl’Innocenti o Sanni, insieme a due figli orfani di padre nella strage, Emilio Polverini e Giampaolo Camici, dopo la messa celebrata dal Vescovo di Fiesole Stefano Manetti, ricorderanno i momenti salienti di quel massacro; mentre questa sera alle 21, in piazza della Repubblica, si terrà un concerto in collaborazione con Orientoccidente del cantautore Mimmo Locasciulli.

Perché l’arte è una forma di salvezza e perché dopo 80 anni sono ancora senza giustizia quei morti di Cavriglia. Molti di loro, a fianco di Comune e Regione Toscana, hanno fatto causa alla Germania lo scorso anno, sfruttando un decreto ad hoc del governo Draghi dell’aprile 2022, per ottenere un risarcimento dei danni arrecati dai nazisti in quei drammatici giorni.

L’Avvocatura di Stato però sta facendo ostruzionismo. Ma se per una legge, un atto giuridico può esistere un’eccezione, un’interpretazione, una scadenza o un limite temporale, per il dolore no, non esiste una fine, ma solo un inizio. Le vedove, i figli, i familiari dei massacrati non hanno mai ottenuto giustizia e da innocenti sono stati condannati all’ergastolo del dolore.

Per loro non è esistito e non esiste un fine pena. Non esiste neppure una scadenza. Se lo porteranno dentro fino alla fossa del cimitero, quel dolore. E sopra qualcuno, al massimo un giorno pianterà un fiore. E se il tempo porta via i testimoni, come lasciare consapevolezza nelle mani dei giovani?

Solo attraverso la coltivazione della memoria, che da una parte è coscienza civile e dall’altra giustizia riparativa. Lo dobbiamo anche a Marisa e a tutte quelle come lei, che stamani non ci saranno, a ricordare quel mattino di luglio di ottant’anni fa.