Giovanni Inghirami
Giovanni Inghirami

Arezzo, 26 settembre 2020 - Non c’era nessun comitato informale che di fatto dirigeva Banca Etruria, riducendo il cda a puro organo di ratifica delle decisioni prese altrove. Parola di Giovanni Inghirami, ex vicepresidente di Bpel, un altro dei grandi imputati che sono stati sentiti nei due giorni di udienza (giovedì e ieri) del processo per il crac.

Quello del direttorio riservato, se non segreto, che governava in via Calamandrei, esautorando il consiglio, era lo scenario delineato nella memoria presentata all’inizio dell’udienza preliminare dinanzi al Gup Giampiero Boraccia dal procuratore Roberto Rossi e dall’allora Pm Andrea Claudiani, a nome dei colleghi del pool: era lì, la tesi, il vero sancta sanctorum di Etruria. Ne avrebbero fatto parte il presidente Giuseppe Fornasari, i due vicepresidenti, Inghirami appunto e Giorgio Guerrini, più il dg Luca Bronchi.

Ma l’industriale di Sansepolcro, già presidente di Confindustria Arezzo nonchè uno dei grandi nomi dell’imprenditoria provinciale, davanti al giudici presieduti da Gianni Fruganti, nega tutto con nettezza, addirittura riscaldandosi un po’.

E’ vero, spiega, che c’era una prassi consolidata in base alla quale prima delle riunioni di Cda si svolgevano preconsiliari alle quali partecipavano presidente, vice e direttore generale, ma servivano soltanto per un primo esame delle tematiche all’ordine del giorno: si guardavano le Pef (le pratiche elettroniche di fido, si esaminavano le garanzie e l’affidabilità dei richiedenti, ma non veniva presa alcuna decisione che togliesse potere al Cda vero e proprio, cui restava completa autonomia nelle scelte. Inghirami non entra invece nell’argomento della drammatica seduta del 24 maggio 2009 in cui fu esautorato il vecchio padre-padrone Elio Faralli, col suo voto negativo, uno dei sei a favore del presidente cacciato.

Questione che viene affrontata da Alberto Bonaiti, già presidente della Popolare Lecchese, che al momento della fusione era stato indicato come i consigliere. Lui, però, oltre a ripercorrere quel sabato caldo di 11 anni fa, si sofferma soprattutto sulle due ispezioni di Bankitalia del 2010 e del 2013, confermando che nella prima, guidata da Vincenzo Cantarella, c’era stata una proposta di sanzioni poi annullata dal direttorio di via Nazionale, ancora presieduto da Mario Draghi, sulla base delle controdeduzioni degli amministratori. I rilievi, racconta però andando oltre quanto aveva già detto la settimana prima il sindaco revisore Franco Arrigucci, riguardavano solo il presunto danno reputazionale, cioè l’immagine lesa di Bpel col golpe del 2009, che peraltro, secondo i congiurati, sarebbe stato ispirato dalla stessa Banca d’Italia.

Nessuna osservazione negativa fu fatta invece sulle pratiche esaminate. Non è un punto di poco conto, perchè al tempo dell’ispezione Cantarella, nel 2010, erano già sul tavolo delibere di credito ora contestate quali capi di imputazione come la Privilege dello Yacht di Civitavecchia, la Sacci (60 milioni in fumo, la sofferenza più grossa), la Villa San Carlo Borromeo del guru Armando Verdiglione (20 milioni buttati) e l’outlet Città Sant’Angelo.

Eppure gli uomini di Bankitalia non eccepirono niente. Infine, ieri, i primi testi a difesa, fra cui il direttore del cantiere dello Yacht, Bruno Del Picco. Lui racconta di uno scafo già pronto al 70 per cento.

Dice anche che il cantiere, per quanto una ferrovia lo separasse dal mare, era stato allestito in maniera tale da consentire il varo dell’imbarcazione, col cosidetto «sistema Fagioli», martinetti che avrebbero accompagnato lo Yacht fino in acqua senza neppure abbattere la massicciata dei binari. Costava caro, un milione e mezzo, ma si poteva fare.