Martina Rossi
Martina Rossi

Arezzo, 15 aprile 2021 - Non ci fu nessun tentativo di stupro, Martina non scappò sul terrazzo e non perse l’equilibrio mentre stava cercando di scavalcare verso la stanza a fianco. Eccola la verità alternativa che le difese dei due ragazzi di Castiglion Fibocchi sotto accusa da anni, offrono alla corte d’appello bis che si sta svolgendo a Firenze, quella che ha ripreso in mano il processo dopo l’annullamento da parte della Cassazione della prima sentenza di assoluzione del giugno scorso, quella che a sua volta riformava la condanna di primo grado per Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi.

Inevitabile la conseguenza: assolvete il campione di motocross (Albertoni) e l’artigiano (Vanneschi) perchè il fatto non sussiste, ossia perchè nessuno ha mai tentato di violentare la studentessa genovese, vent’anni appena quel 3 agosto del 2011, quasi in un’altra epoca.

Ma sulla base di quali elementi i due avvocati, Tiberio Baroni (per Alessandro) e Stefano Buricchi (per Luca) sostengono uno scenario (anzi una serie di scenari) alternativo rispetto alla requisitoria del Pg Luigi Bocciolini, che una settimana fa aveva chiesto tre anni ciascuno per tentata violenza sessuale di gruppo? La questione fondamentale, come aveva già spiegato il presidente della corte Alessandro Nencini nella sua relazione introduttiva, è quella del punto di caduta: centrale rispetto al terrazzo, come sostenne a suo tempo la prima corte d’appello, o laterale, compatibile con la ricerca di una via di fuga, come ritiene la cassazione?

Gli avvocati, in particolare Buricchi che ne fa il punto chiave della sua arringa, non hanno dubbi: l’errore prospettico che la suprema corte attribuisce al primo verdetto di secondo grado lo commettono invece i giudici del Palazzaccio. Caduta, dunque, centrale, come da relazione tecnica del perito di difesa, Rosario Carbè. Oltretutto, dice Buricchi, se il volo fosse avvenuto perchè Martina ha perso l’appiglio o gli è venuto meno il punto d’appoggio della sbeccatura, sarebbe precipitata a piombo dal sesto piano, finendo nel terrazzino del primo, e non nella fontana dell’albergo di Palma di Maiorca, con una traiettoria ad arco che sposta in avanti il corpo di circa due metri.

Ma che motivo aveva allora la ragazza per cadere giù se non per il terrore di un tentativo di stupro? Baroni preme in particolare, ma Buricchi lo riprende, sull’ipotesi del malore causato da una canna, come raccontato da Albertoni nel primo appello: fui io ad offrirgliela. Martina, dicono i difensori, potrebbe aver avuto bisogno di vomitare dopo aver fumato la marijuana, essersi sporta dalla ringhiera e aver perso l’equilibrio, precipitando giù.

Scenario che però contrasta con l’autopsia spagnola: non c’erano tracce di droga o di alcool. Ma lei, ribatte Buricchi, ha sicuramente mangiato, almeno un tramezzino, mentre i medici legali parlano di stomaco vuoto: si spiega solo con un attacco di vomito.

In alternativa altre ipotesi, che tutte escludono la responsabilità dei ragazzi: Martina potrebbe essere rimasta vittima di un delirio allucinatorio, sempre indotto dalla cannabis, in preda al quale sarebbe caduta o addirittura si sarebbe gettata.

Oppure potrebbe aver equivocato un gesto di Albertoni che dice di averle accarezzato le gambe per calmarla e aver pensato allo stupro, scappando. Scenari aleatori, tenui come ricami di merletto, ma sono i soli che possono salvare Alessandro e Luca. Non a caso i difensori chiedono in subordine la riapertura almeno parziale dell’istruttoria, per sentire i poliziotti spagnoli e la cameriera Francisca Puga, unica testimone oculare, che però, secondo la cassazione non può aver visto quello che dice di aver visto.

E lei parla di caduta volontaria, di Martina che si abbandona. Ora la parola passa alla corte di Nencini, che il 28 aprile andrà in camera di consiglio. E da quella uscirà o con una sentenza o con la scelta di sentire altri testi perchè non ha elementi sufficienti per decidere.