Arezzo, 13 maggio 2018 - Da domani si fa sul serio. Sì, al processo per la morte di Martina, del cui tragico volo sono accusati due giovani di Castiglion Fibocchi, sono finiti i tempi delle boutades, come la richiesta di portare in aula Carlo Verdone quale testimone della difesa. Comincia l’istrutturia e subito il procuratore Roberto Rossi, che sostiene personalmente l’accusa, è chiamato a giocarsi alcuni dei suoi assi, a cominciare dalla ricostruzione che faranno coloro che hanno condotto le indagini per conto della polizia giudiziaria genovese.

Le figure chiave sono due: il vicequestore Luca Capurro, coordinatore dell’inchiesta, e il sostituto commissario Luana Bono, cui si deve gran parte del lavoro sul campo, dalla raccolta delle testimonianze alla certosina pazienza nell’arrivare a individuare un’ipotesi di scenario sull’alba tragica del 3 agosto 2010, quando la studentessa di architettura figlia di un sindacalista dei camalli genovesi precipitò dal terrazzo della stanza di Alessandro Albertoni e Luca Vanneschi, al sesto piano di un grande hotel di Palma di Maiorca.

Racconteranno dunque i poliziotti di come le indagini, frettolosamente chiuse in Spagna come suicidio, furono riaperte in seguito all’esposto presentato dai genitori di lei, Bruno e Franca, e di come progressivamente, partendo dal primo sospetto di un episodio legato alla droga si arrivò a ipotizzare che potesse trattarsi di un tentativo di stupro, per sfuggire al quale Martina sarebbe caduta dal balcone.

I punti fermi sono i sopralluoghi alle Baleari, nell’albergo della tragedia e le rogatorie internazionali con gli altri ospiti dell’hotel, stranieri di molte nazionalità fra cui due danesi, uno dei quali in particolare racconta di aver sentito un urlo spaventoso (quello della ragazza che vola giù) e poi un precipitoso rumore di gente che correva per le scale: per il procuratore Rossi uno dei due castiglionesi che si affannava verso la hall e l’altra stanza occupata dagli amici. Toccherà poi ai consulenti dell’accusa.

A cominciare da Marco Sartini, cui si deve la perizia chiave nella riapertura dell’inchiesta, quella sulla traiettoria di caduta: non a perpendicolo, come avrebbe dovuto essere in caso di suicidio, ma ad arco, come fa qualcuno che cerca disperatamente di sfuggire a una morte ormai impossibile da evitare. E’ uno dei punti cardine del processo, perchè contraddice la verità dell’unico testimone oculare, la cameriera dell’hotel che mentre arrivava al lavoro vide Martina cadere. Lei non ha dubbi: si è buttata volontariamente.

Un giallo che l’autopsia condotta da Marco Di Paolo, altro protagonista dell’udienza di domani, non è stata in grado di risolvere: il cadavere riesumato era in condizioni di deterioramento tale da impedire approfondimenti significativi per le indagini. Sola la conferma delle fratture che provocarono la morte, compresa quella alla mandibola oggetto di una consulenza della parte civile, ossia i genitori, secondo la quale potrebbe essere stata provocata da un pugno dei ragazzi.

Nemmeno la genetista Isabella Spinetti, anche lei in aula, è riuscita a trovare tracce di Dna capaci di inchiodare i due imputati. Un punto a favore della difesa. Si torna in aula il 24 maggio, con gli amici di Martina che dovranno tratteggiarne la personalità, e poi a giugno, coi ragazzi, amici di lei o dei castiglionesi, che erano in albergo quella mattina, dopo una notte in discoteca. A seguire dovrebbero arrivare le testimonianze degli stranieri: i danesi, i poliziotti spagnoli, la cameriera. Ma come sentirli? Per rogatoria internazionale in videoconferenza dai rispettiviluoghi di residenza? Sarà un altro snodo di questo processo la cui platea ormai va ben oltre Arezzo.