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Cronaca

La Valle Chiusa di santi e poeti. Voci di una storia straordinaria

Il Casentino e la sua anima forgiata dai grandi della spiritualità, dai personaggi di Dante e dalle tradizioni popolari

La Valle Chiusa di  santi e  poeti. Voci di una storia straordinaria

La Valle Chiusa di santi e poeti. Voci di una storia straordinaria

Attilio

Brilli

La città di Arezzo occupa una posizione strategica da cui nella storia non ha saputo trarre, come forse avrebbe potuto, effettivi vantaggi. Il riferimento è all’ubicazione collinare mediante la quale detiene, per così dire, il controllo di quattro vallate: il Casentino, la Valtiberina, la Valdichiana e la Valdarno. Ognuna di queste valli ha una sua spiccata fisionomia e una ricchezza ambientale ed artistica le quali si traducono in un prezioso richiamo per quanti, al di là di una visione epidermica, sanno apprezzare i luoghi per il loro sostrato culturale.

Per questo vale la pena compiere una breve escursione nelle quattro vallate, cominciando, in questa prima occasione, dal Casentino.

La "Valle Chiusa", come recita il nome proprio di Casentino, è ricca degli echi di viaggiatori i quali inseguono a loro volta le ombre di coloro che, dimorandovi occasionalmente o per scelta, hanno reso famoso il fondovalle e i suoi monti. Sono le ombre e le voci degli eroi fondatori ed eponimi di una storia straordinaria che prende avvio dai grandi della spiritualità occidentale, San Romualdo e San Francesco, i quali ci additano rispettivamente il complesso conventuale di Camaldoli e quello della Verna. Accanto alle loro ombre si stagliano quelle dei membri della turbolenta prosapia dei conti Guidi che vagano inquiete fra il castello di Poppi, quello di Romena e altri diruti manieri. Ci sono poi i personaggi cantati da Dante, guerrieri, falsari, barattieri con i loro inganni e le loro pene, dei quali si possono seguire le orme in compagnia degli appassionati studiosi del poeta.

Valli e monti hanno cristallizzato la loro mitologia in favolose emergenze che si accompagnano a quelle consacrate dalla tradizione, dal sorbo di Porciano, capace di rimandare l’eco purissima di suoni e di voci, al Sasso Spicco della Verna, emblema della francescana simbiosi con la natura, al Castello d’Orlando di Chiusi con la fantomatica donazione al poverello di Assisi, alle celle dell’Eremo camaldolese con i loro sconosciuti autoreclusi.

S’ignora, o troppo spesso si dimentica, che le "terre chiuse" hanno la prerogativa di custodire intatto un immenso patrimonio di tradizioni popolari, tanto è vero che già alla fine dell’Ottocento un antropologo dilettante americano, Charles Godfrey Leland, si dava ad investigare le radici storiche di pratiche magiche e di riti pagani sopravvissuti nei monti e negli anfratti della Romagna toscana e del Casentino. E sono più che note le varie, preziose raccolte di novelle che attingono alla tradizione popolare casentinese, fra le più doviziose della penisola. Per i viaggiatori percorrere le strade del Casentino ha sempre voluto dire muoversi lungo le strade senza siepi del tempo. La valle bipartita dal corso sinuoso e sorgivo dell’Arno, le giogaie imponenti, le annose foreste sono autentici crogiuoli di miti e di storie che schiudono vasti orizzonti.

Scriveva nel primo Novecento un viaggiatore francese, Ferdinand de Navenne: "Sulla regione che porta il nome di Casentino il genio del luogo ha sparso i suoi frutti con prodiga mano, offrendo agli amatori d’arte e di storia una sorgente inesauribile di sensazioni dolci e profonde, ed è qui che vorrei che si svolgesse il mio viaggio, preso dal desiderio dell’ignoto e del mistero". Come si sa, Gabriele D’Annunzio trasforma questa sensazione di spaesante mistero in un’autentica panteistica epifania o, in altri termini, nell’irruzione inattesa del divino nel flusso quotidiano del tempo. A fine estate del 1902, a Certomondo, annotava: "Odo l’anelito della campagna che si cuoce al sole di settembre in un lento martirio estatico, e il compianto eguale delle cicale che si estinguono nella stagione estinta; e l’intermesso favellio fra chiostro e cantina, fra sacrestia e fienaia".

Una mappa del Casentino "così domestico e così aperto, risentito come un’ossatura e così poetico", ci veniva offerta nel 1934 dallo scrittore cortonese Pietro Pancrazi in un linguaggio ancora una volta allusivo: "Quando fummo al valico ci s’aperse d’un tratto alla vista tutta la valle del Casentino, dal Falterona al Pratomagno e laggiù la Verna, con davanti il giogo di Camaldoli e il Poggio Scali, e per le coste i fumetti delle carbonaie e delle pievi, e in basso, nella valle ancora in ombra, il Solano, l’Archiano e li ruscelletti che tra i loro pioppi vanno a finire in Arno a spina di pesce, e le case di Borgo alla Collina, di Poppi e di Bibbiena, rilevate dall’ombra da una luce più chiara".

Quello che affascina il viaggiatore che, ieri come oggi, fugge per una frazione di tempo dai centri propulsori della modernità e del progresso in cerca di isole senza tempo, di immemori arcadie, è il poter trovare in Casentino una delle ultime riserve umane e ambientali relativamente indenni dalle influenze di un’indiscriminata globalizzazione. Il che significa potervi recuperare, per una frazione di tempo, le testimonianze di una storia ancora avvolta nelle spire del mito.