Arezzo, 14 marzo 2018 - Due amanti e non solo platonici. No, secondo le motivazioni della sentenza d’appello che conferma la condanna per omicidio (25 anni e non più 27) del frate più sospettato d’Italia, Padre Graziano, il viceparroco, e Guerrina Piscaglia, la sua devota per quanto innamorata parrocchiana, avevano regolari rapporti sessuali. Sul divano della canonica del paese e anche in camera di lui, al piano di sopra.

Il retroscena nel quale si innesca il movente che porta al delitto: il sacerdote strozza a mani nude la Madame Bovary de noantri, culturalmente depressa ma disperatamente alla ricerca di una nuova vita, perchè teme che lei possa rovinare la sua carriera religiosa raccontando tutto ai superiori ecclesiastici. Ma perchè i giudici d’appello, e in particolare la relatrice Anna Maria Sacco, sono così sicuri nell’indicare il divano come il luogo di questi amorazzi clandestini?

I cani dei carabinieri sono la chiave: quando vengono portati in canonica, spiegano le motivazioni, puntano decisamente verso il divano, «seguendo l’odore dei suoi indumenti (di Guerrina Ndr)». Senza dimenticare «le tracce di liquido seminale, appartenente a Padre Graziano», che i carabinieri rinvennero sul tessuto e che all’epoca furono l’oggetto di un’analisi dai risultati clamorosi. Quanto alla camera da letto, ricordano i giudici, «lì era stato trovato un trolley, con all’interno un astuccio che la sorelle di Guerrina avevano riconosciuto appartenente a quest’ultima».

E che ci faceva un oggetto del genere in una stanza per dormire? Del resto, spiega la sentenza, il frate non era certo estraneo alle faccende di letto: «Nello stesso periodo e anche successivamente, mentre erano in corso le indagini, aveva avuto rapporti sessuali con prostitute, ovviamente celando in tali casi la sua qualità di ministro di culto». Le famose «esperienze» con lucciole rumeno o nomadi dei tempi di Perugia.

Anche per Guerrina, dice la sentenza d’appello, «è probabile che in passato avesse avuto flirt con altri uomini», ma con il sacerdote è una storia totalmente diversa. Stavolta lei è «perdutamente innamorata». Anzi, «era così forte e intenso quell’amore che Alabi iniziava a esserne vivamente preoccupato, in quanto la donna a volte lo minacciava che avrebbe raccontato tutto ai suoi superiori e lo avrebbe fatto arrestare dai suoi amici carabinieri...l’uomo iniziava ad avere paura».

E’ il sottile meccanismo psicologico che, secondo i giudici, sfocerà nel raptus dell’omicidio, il primo maggio 2014, quello della scomparsa di lei, inghiottita come da un buco nero. L’avvocato Riziero Angeletti, principale difensore di Padre Graziano, non ci sta: «Io rispetto sempre le sentenze, ma mi pare che questa sia una ricostruzione basata sul nulla. Ma come si fa a parlare di strangolamento? E perchè allora non di veleno? Quanto ai rapporti sessuali, ricordo che si parla del periodo in cui lei viveva a Novafeltria, lontano dal paese. Comunque andremo in cassazione, sperando che lì i giudici siano più tecnici». Il Pm Marco Dioni come sempre non commenta. L’ultimo appuntamento è alla suprema corte. Entro l’anno?