Fredy Pacini
Fredy Pacini

Arezzo, 16 maggio 2019 - Ricostruisce il pubblico ministero Andrea Claudiani l’atmosfera di terrore respirata in quegli istanti all’interno dell’officina di Fredy e traccia il profilo putativo che ha portato alla richiesta di archiviazione. «La callidità, spregiudicatezza, violenza fisica (già diretta alle cose) delle condotte dei correi, era ex ante, uno specifico e pregnante elemento indicativo circa un’eventuale disponibilità all’aggressione fisica».

Insomma, un quadro in cui il gommista si sente in reale pericolo, tanto più che «al Pacini non erano consentite vie alternative per uscire materialmente dall’immobile, perché dal soppalco scendeva un’unica scala che portava all’officina».

Fredy si sente perduto, dorme da anni nel capannone perché a causa dei continui furti vive in perenne allarme ed è sotto stress. La dimostrazione arriva dalle dichiarazioni rese nell’interrogatorio dell’8 maggio. Pacini racconta di dormire nel soppalco per prevenire i tentativi di furto, spesso con la moglie, quella sera assente «perché impegnata ad assistere suo padre che sarebbe deceduto proprio il giorno dopo il fatto».

Il gommista si sveglia «nel cuore della notte «per un forte rumore», si alza dal letto e vede «dall’alto un uomo che con il piccone cercava di abbattere il vetro antisfondamento», alle sue spalle scorge un’altra persona. Pacini disattiva l’allarme «per evitare che suonasse a casa dove dormiva sua figlia, già provata... per la malattia terminale del nonno, con il bambino piccolo».

Il gommista «impugna la pistola e inserisce il caricatore» entrambi «presenti nella cassaforte» che di notte è lasciata aperta sul soppalco. Il ladro col piccone riesce «a entrare con un balzo», Pacini grida e intima «di andarsene, dicendogli di essere armato». Pensava, riferisce ancora al pm, che i due sarebbero scappati, così com’era successo in un episodio accaduto qualche tempo prima e per il quale aveva sporto denuncia. Ma Mircea non desiste, alza «il viso incappucciato» verso Fredy che vede «un riflesso provenire dalla sagoma».

Ha paura che i ladri siano armati e spara «una rapida sequenza di colpi, in basso, con direzione pavimento, senza intenzione di colpire la persone, solo al fine di farla scappare». Pacini non riesce a ricostruire la sequenza dei movimenti di Mircea dopo la sequenza dei colpi ma ricorda «che si conclusero con un balzo fuori dalla finestra, da una posizione accovacciata».

E’ in quel momento che smette di sparare e chiama il 112 con un telefono recuperato sul comodino vicino al letto. Indossa una tuta e con la pistola esce «per controllare la situazione». E’ allora che si accorge «del corpo sdaiato nel piazzale», chiama «una seconda volta i carabinieri» e chiede loro di mandare un’ambulanza».