L'industria del vetro
L'industria del vetro

Arezzo, 1 maggio 2020 - Tu chiamalo, se vuoi, Primo Maggio. C’entra poco Lucio Battisti, cui si deve il copyright del verso, c’entra molto una Festa del Lavoro che mai è stata così mesta. Non nel dopoguerra, quando c’era la miseria che ora forse non c’è, ma c’era anche la speranza della Ricostruzione, la voglia feroce di farcela che è ancora celata dentro i nostri arresti domiciliari.

E nemmeno negli anni delle due grandi crisi del 2008 e del 2011, le più devastanti dal 1945, ma con numeri infinitamente inferiori rispetto a questa emergenza provocata da un virus invisibile eppure capace di paralizzare anche l’economia aretina. Parlano i numeri. I cassintegrati sono arrivati nella punta massima del lockdown a 40-50 mila solo in questa provincia. E non sono solo cifre astratte.

Dietro c’è la storia di ogni singolo dipendente che si è visto ridurrre il salario da mille-1200 euro ai 750-800 erogati dall’Inps. Che fra parentesi ancora non sono arrivati se non nelle aziende in cui i sindacati, tradizionali protagonisti del Primo Maggio, sono riusciti a contrattare l’anticipo da parte dei datori di lavoro. Siamo tutti in casa e le possibilità di spendere sono ridotte all’essenziale, ma già si annuncia una stretta mai vista in passato sui consumi e quindi sulla domanda globale.

I primi effetti si misurano già. E’ di ieri il dato dell’Istat sulla recessione pesante del primo trimestre gennaio-marzo: meno 4,7 per cento. Solo per Arezzo, e a spanne, significa un centinaio di milioni di Pil bruciati, concentrato in marzo, perchè i primi due mesi si erano retti sul filo dello zero virgola in più o in meno. E considerando che la chiusura dei negozi risale al 10 marzo, mentre il lockdown produttivo è oltre la metà del mese, è fin troppo facile prevedere che i dati di aprile, con la paralisi del sistema produttivo e commerciale che è stata quasi integrale, saranno ancora peggiori.

Paradosso dei paradossi, sempre marzo era stato a livello nazionale (ancora numeri Istat) il mese migliore per il lavoro degli ultimi anni, con la disoccupazione scesa all’8,8 per cento. Non ci sono ancora cifre locali, ma è ipotizzabile che lo scenario in miglioramento fosse riferibile anche a questa provincia. Tutto bruciato in 50 giorni di emergenza.

Non è facile dirlo il giorno del Primo Maggio, ma è purtroppo facile immaginare che alcune almeno delle 45 mila aziende censite dalla Camera di Commercio, non ce la faranno a ripartire, con la cassa integrazione che si trasforma in disoccupazione. Comunque sia, intanto, siamo alla vigilia del ritorno in fabbrica, per tutti quelli che già non ci sono tornati.

Fra imprese dell’agroalimentare in deroga, metalmeccanica che non si è mai fermata o ha ricominciato in anticipo grazie all’ampliamento dei codici Ateco, più la miriade di aziende (23 mila) che ha continuato il lavoro con comunicazione alla prefettura, almeno 20 mila degli occupati fermi è già ripartito. Il resto lo farà da lunedì. La grande eccezione è il commercio, 25 mila addetti totali, solo 5 mila dei quali (la grande distribuzione più le farmacie) non hanno mai smesso di lavorare.

Gli altri 20 mila potranno tornare al loro posto fra il 18 maggio (i negozi al dettaglio) e il 1 giugno (i bar e ristoranti), sempre ammesso che la protesta rabbiosa della categoria non riesca a ottenere di anticipare i tempi. Solo allora il sistema Arezzo sarà tornato a una teorica piena occupazione.

Ma se sono vere le stime del direttore di Confommercio, Franco Marinoni, secondo le quali un’attività su 5 non ce la farà a riaprire (vuol dire un migliaio su circa 6 mila) quanti altri andranno a ingrossare la lista dei disoccupati? Scenario cupo, ma che può migliorare se lo spirito, e soprattutto le condizioni, saranno quelle giuste.

Lo stesso animo con cui Arezzo si è ricostruita ed è arrivata al boom degli anni ’60 e ’70. Qualche segnale già si intravvede, anche dalla fantasia con cui in molti si sono adattati all’economia del lockdown. Crederci è l’auspicio migliore di un Primo Maggio. ©