Industria (Ansa)
Industria (Ansa)

Arezzo, 26 marzo 2020 - Alle otto della sera, come nella poesia di Lorenzo il Magnifico, del doman non v’è certezza. Aziende, piccole o grandi, e sindacati (che si tengono in mano l’arma ultima dello sciopero) continuano a battagliare su quali industrie possano continuare a produrre. La riunione in prefettura, con le parti sociali, si scioglie in attesa che arrivino le modifiche (più restrittive) al decreto Chiudi-Italia annunciate dal premier Conte dopo l’incontro con Cgi, Cisl e Uil nazionali, le federazioni dei metalmeccanici scalpitano ma la confusione resta.

La dead line sarebbe teoricamente quella della mezzanotte entro la quale le imprese non essenziali devono spegnere le macchine, ma in realtà si andrà avanti almeno fino a stamani per avere un po’ più di chiarezza. La disputa è appunto quella su quali siano le industrie essenziali.

Teoricamente ci sarebbero i codici Ateco, ma anche quelli lasciano libertà di interpretazione, senza contare la scappatoia dell’appartenenza della singola impresa a una filiera strategica che non può essere fermata. Le comunicazioni giunte a ieri in prefettura di aziende intenzionate ad andare avanti sono circa 500 su un totale di 45 mila imprese iscritte alla Camera di commercio, elenco che però comprende anche il commercio ed i servizi.

Anche la lista dei 500 va presa cum grano salis, nel senso che dentro ci sono nomi che c’entrano poco, come gli agriturismi gà chiusi ma che restano a disposizione della sanità per eventuali quarantene dei positivi in via di guarigione. Le eccezioni di chi non si ferma sono relativamente poche in termini assolute, ma riguardano ancune delle grandi fabbriche aretine.

Il principale fronte di scontro resta quello dell’Abb-Fimer di Terranuova, oltre 500 dipendenti totali, eredi della ex Power One. La lunghissima teleconferenza con Fiom, Fim e Uilm provinciali non ha sortito effetto. Le due aziende sono convinte di avere i requisiti e non chiudono. Stamani lavoro come sempre, anche se la base operaia, impaurita dal rischio del contagio in catena di montaggio (le misure prese comunque ci sono, dal distanziamento alle temperature prese all’ingresso e all’uscita dai turni) mugugna.

Non si è mai bloccata la Saima di Indicatore, produttrice di tornelli e dispositivi di sicurezza, così come (almeno secondo fonti sindacali) la Lincoln Electric di Corsalone, la Borri e la Ceg di Bibbiena, che credono di rientrare nella filiera strategica dell’energia. La stessa in cui pensa di essere la Tratos Cavi di Pieve Santo Stefano, produttrice di cavi per Enel e per Tim.

Albano Bragagni, il titolare, l’aveva già detto a La Nazione: «Voglio salvare la pelle ma anche l’azienda». Altra questione aperta quella di Tca, il terzo grande raffinatore di metalli preziosi, che dice di rientrare nella filiera farmaceutica. Chi resta in attività potrà essere sottoposto ai controlli della Guardia di Finanza, che verifica bilanci e comparti di lavoro.

Dai sindacati dicono che stanno riaprendo anche alcune aziende orafe, pur se si è fermata UnoAerre. Prosegue l’altro grande nome della famiglia Squarcialupi, la Chimet, che recupera dagli scarti e incenerisce rifiuti sanitari. Fermi solo i reparti dei lingotti e del banco metalli. Le tre sigle dei metalmeccanici confederali hanno proclamato lo sciopero provinciale, invitando i lavoratori a fermarsi anche ricorrendo alle ferie e ai permessi, quando ci sono.

Ma a sera la strategia è ancora in divenire. Non cambiano molto i grandi numeri: in totale sui 140 mila occupati della provincia censiti dall’Istat, dovrebbero fermarsi in 70-75 mila, il cui nerbo è quello degli addetti alla manifattura (almeno 30 mila su 42 mila).

Nell’edilizia, con i suoi 11 mila occupati, restano in piedi le ditte dei lavori pubblici, come i cantieri stradali. Nessun dubbio infine sul fatto che continuino a produrre l’agroalimentare (in primis Buitoni e Fabianelli) e il farmaceutico con Aboca. Il resto è una matassa intricata che sarà sciolta solo nella notte.