Stefano Rofani
Stefano Rofani

Arezzo, 22 maggio 2019 - Se Stefano Rofani fosse stato trattenuto all’ospedale della Fratta e fossero state seguite le linee guida, si sarebbe potuto salvare. È quello che emerge dalla sentenza del giudice Carlo Breggia del tribunale di Arezzo che ha condannato in sede civile la Usl Toscana Sud Est ad un risarcimento di 300 mila euro. Stefano Rofani morì a soli 39 anni il 6 ottobre 2014. Il malore fatale avvenne poche ore dopo essere stato visitato, e dimesso con codice verde e con una diagnosi di ernia iatale, dal pronto soccorso dell’Ospedale Santa Margherita della Fratta di Cortona.

Perse i sensi e morì per un attacco cardiaco mentre era al volante della propria auto mentre tornava a casa con la madre nella frazione montana cortonese di Teverina. La vicenda legale per conto della parte offesa è stata seguita dall’avvocato Gabriele Zampagni che si è speso con grande energia per il caso pienamente convinto che qualcosa nel sistema sanitario non avesse funzionato.

A dargli ragione arriva oggi anche la sentenza del tribunale di Arezzo che afferma perentoriamente che a causare la morte fu proprio una dimissione precoce del paziente contravvenendo alle linee guida che imponevano, in un caso del genere, di trattenerlo e di monitorarlo per diverse ore. Se lo si fosse fatto, la fibrillazione finale sarebbe stata affrontata e risolta. Purtroppo, invece, Stefano fu dimesso dal Pronto Soccorso solo dopo circa tre ore e mezza dal suo arrivo e la morte sopraggiunse poco dopo.

«Questa importante sentenza contribuisce a fare giustizia e ne siamo lieti», ha commentato l’avvocato Zampagni. «Ha trovato piena conferma la ricostruzione dei fatti sostenuta dalla madre e dalla sorella di Stefano sin dall’indomani della drammatica ed assolutamente evitabile morte del ragazzo. L’unica speranza, a questo punto è che la tragica vicenda possa costituire un severo monito per tutti gli operatori della sanità, affinché nel 2019 nessuno possa più morire poche ore dopo essersi recato, invano, ad un pronto soccorso, proprio per chiedere tutela, protezione e cura».

La vittoria civile, ribalta di fatto,le risultanze del binario giudiziario in sede penale. La causa a carico dei 4 tra medici e infermieri accusati di omicidio colposo per la morte di Rofani, infatti, era stata archiviata con l’accoglimento delle istanze del pm Falcone che sosteneva la non esistenza di un nesso di causa ed effetto tra la dimissione dall’ospedale e il decesso visto che il cortonese avrebbe sofferto di un’anomalia cardiaca.

Malformazioni o altre cause congenite che non compaiono, però, sia nella perizia medica di parte depositate dal legale Zampagni (curata dal professor Gaetano Thiene dell’Università di Padova) sia in quelle richieste dal giudice Breggia nell’ambito del processo civile e condotte dai consulenti tecnici di ufficio Salvatore Gentile e Stefano Borziani di Genova che hanno scritto chiaramente che sussiste un chiaro nesso causale tra le omissioni dei sanitari della Fratta e la morte di Rofani. Questa vittoria in sede civile potrebbe dunque riaprire la strada verso il procedimento penale.