Movida in piazza Grande
Movida in piazza Grande

Arezzo, 14 giugno 2020 - Piano piano (nemmeno tanto) fuori dalla palude del lockdown. Sì, gli aretini si sono rimessi in moto e i numeri confermano quella che è l’impressione visiva di città, paesi, strade riavviati verso la normalità, per quanto spuria e foderata di mascherine, distanza sociale, misure di sicurezza anti-contagio che è facile constatare in ogni negozio, in ogni bar, in ogni ufficio, persino (of course) in una movida che finalmente sta rientrando dentro le regole dell’emergenza.

E’ l’economia, semmai, che batte ancora in testa: produzione al rallentatore, oro al palo, lavoro che cala nonostante il blocco dei licenziamenti: meno 2 per cento secondo l’Irpet, l’istituto regionale di programmazione economica. Ma partiamo dalla solita guida, quella che in tempo di lockdown segnava cifre paurose, ovvero la mappa di Enel X sulla mobilità di quanti vivono in provincia.

Bene, il termometro segna decisamente la scomparsa della febbre (metaforica) da contagio. Nel senso che ormai siamo ad appena l’8 per cento di movimenti in meno rispetto al «prima», l’epoca felice e spensierata nella quale (eravamo ancora fra gennaio e febbraio) il Covid pareva lontano quanto il sole e la luna, anzi quanto la Cina che ne era l’epicentro.

Considerando che ci sono stati momenti, neppure tanto lontani (per esempio il primo maggio, ancora in pieno stop) in cui la paralisi segnava livelli dell’80 per cento di aretini chiusi in casa), la ripresa è stata quasi miracolosa, a una velocità che in pochi avrebbero saputo immaginare in quell’epoca che pareva una condanna a un’esistenza immobile. E’ bastato riaprire le fabbriche, è bastato riaprire i negozi, i ristoranti, i bar ed ecco servita sul piatto la Fase 3, ossia quella del dopo-virus, che assomiglia sempre di più alla Fase Zero, quando il contagio era una tigre di carta.

Un numero su tutti: i movimenti dell’ultima settimana, sia pure in calo (fisiologico) del 15 per cento rispetto al venerdì precedente, sono al 117 per cento dei due mesi in cui c’era un solo invito pressante: non uscite se potete. E’ il capoluogo Arezzo a trainare la corsa di tutta la provincia, con solo il meno 7 per cento nel confronto con gennaio. Quasi un’inezia. Tra le città più importanti, quella che sta peggio è decisamente Cortona che è ancora al meno 14 per cento, più o meno il doppio della media.

E’ ovviamente l’effetto del turismo che stenta a ripartire, come questo giornale ha avuto modo di raccontare a più riprese. Vacanzieri non ce ne sono o quasi, stranieri men che meno, gli alberghi restano chiusi e si trascinano dietro ristoranti, trattorie, pizzerie, persino bar. Non è un caso che anche secondo l’Irpet Cortona sia la zona che soffre di più quanto ad occupazione, con un più 6 per cento, il triplo di Arezzo.

E’ la conseguenza del mancato rinnovo dei contratti agli stagionali, la gran parte del lavoro turistico. Hotel e locali sono chiusi, quelli che erano stati licenziati a gennaio per essere riassunti a maggio sono ancora a spasso. Le statistiche lo registrano, anche se siamo lontani dai livelli drammatici di altre zone a vocazione turistica come l’Elba (meno 30) o l’Argentario (meno 27). Il 2 per cento sotto del capoluogo è invece uno dei dati più bassi dell’intera Toscana ma non è necessariamente un segnale di ripresa.

Parla piuttosto di un mercato del lavoro in cui prevale l’occupazione a tempo indeterminato della manifattura, con i contratti a termine o atipici che fanno la differenza (negativa) rispetto a un anno fa. Gli occupati a tempo pieno non possono essere licenziati (c’è il blocco di legge), ma i dati della cassa integrazione sono ancora inquietanti. La recessione non è finita, forse è solo all’inizio.