La folla di Natale
La folla di Natale

Arezzo, 3 dicembre 2019 - La marcia dei 200 mila parte dal centrosud. Addirittura da Catania, Palermo e Cagliari che è come dire l’altra Italia. Sì, la pazza folla che ha invaso nel weekend il centro della Città di Natale e dei mercatini tirolesi, che si prepara a invaderlo anche nel prossimo ponte dell’Immacolata e che già aveva fatto rotta su Arezzo dal 16 novembre in avanti ha prevalentemente un accento che non è esattamente quello dei bauscia milanesi o delle madamine torinesi.

Tantomeno il timbro un po’ aspro di chi ha il tedesco come lingua madre o la cantilena dolce dei veneti. Macchè, le inflessioni sono quelle dell’italiano made in Toscana, del romanesco più o meno ripulito, del marchigiano che arrotonda le consonanti, del romagnolo che le rende sibilanti, del napoletano o del pugliese che gli danno quel tono da mezzogiorno profondo, persino del siciliano che fa vibrare le erre. Normale che sia così.

Se i tirolesi sono un assaggio di paesaggio alpino spostato 500 chilometri più a sud, è logico che a far ressa per visitarli qui invece che a Bolzano, a Trento o a Bressanone, siano quelli per i quali il viaggio si accorcia quando si ferma ad Arezzo. Il lombardo fa prima ad arrivare direttamente in Alto Adige che a discendere l’autostrada del Sole. Il laziale, il campano, il barese, il lucano no.

Per loro è come assaporare un pezzo di profondo nord risparmiandosi un bel po’ di strada. Tanto lo spettacolo è lo stesso e più a buon mercato, anche per la distanza più abbordabile. Ecco allora che la città antica si trasforma in una replica di piazza Navona o in una fotocopia di San Gregorio Armeno, la napoletana strada dei presepi.

E’ il risultato di una strategia di marketing ben precisa, quella adottata dall’Ascom quando si è trattato di lanciare la Città di Natale oltre le mura domestiche. Il bacino di utenza naturale era quello nel raggio di 100-150 chilometri, dall’Emilia a nord a Roma a sud. Più tutto il mezzogiorno che era terra inesplorata, vogliosa di provare dal vero un’atmosfera natalizia diversa da quella locale, ma troppo lontana da Trento e da Bolzano, per non dire di Innsbruck e Norimberga, per avventurarsi in massa verso il Brennero. Arezzo, in questo caso, è un felice surrogato.

E’ questa la miscela nella quale è nato il successo, mai visto da queste parti, della Città di Natale. Un successo che non diminuisce di anno in anno, perchè la fama di una città in cui si può comunque assaporare il gusto del Natale nordico si consolida di edizione in edizione, col passaparola e anche con la pubblicità. I dati confermano quella che è l’impressione visiva, il susseguirsi degli accenti che ti senti nelle orecchie.

Uno strumento per misurare il flusso di chi si muove con mezzi propri non l’ha ancora inventato nessuno, ma i 170 pullman che solo nell’ultimo fine settimana hanno portato qui qualcosa come 8 mila persone, quelli sì che si possono contare e censire.

Bene, i risultati sono quelli già detti: nettissima prevalenza di bus provenienti dal centro (si va da Ferrara a Viterbo), forte presenza di torpedoni meridionali (campani ma anche pugliesi e lucani), gite partite dal nord ridotte al minimo, statisticamente quasi impercettibili: un paio dalla Liguria, un paio da Milano e finisce lì.

I più coraggiosi appunto sono i tre viaggi organizzati partiti dalla Sicilia, uno persino dalla Sardegna. Altrettanto insignificanti per le statistiche, ma che dicono di un’eco di marketing arrivata lontano. Ora due giorni di pausa e poi giovedì si ricomincia, anche se l’onda cresce soprattutto nel fine settimana. L’Immacola che segna tradizionalmente l’inizio della stagione dei regali dovrebbe essere un’altra occasione ghiotta di far folla e incassi.

Quanto denaro portino nel centro storico è quasi impossibile calcolarlo. Ma facendo una stima prudente di dieci euro a testa, sono 2 milioni a week-end, una decina nell’arco di un mese. Sputateci sopra voi, se siete capaci