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Arezzo, 2 aprile 2019 - Il padre di tutti i processi non poteva che partire col botto: un sequestro e una richiesta di archiviazione che col dibattimento non c'entra niente ma che fa comunque clamore, quella a carico di Pierluigi Boschi e dell'ultimo Cda per l'ipotesi di bancarotta legata alla liquidazione dell'ex Dg Luca Bronchi, 1,2 milioni lordi, 700 mila euro netti. Il fascicolo è stato stralciato nell'autunno 2018 e la richiesta di archiviazione è partita a dicembre, firmata dal procuratore Roberto Rossi e dai sostituti Andrea Claudiani e Angela Masiello. Boschi sr resta comunque indagato nel fascicolo madre, il primo aperto a febbraio 2016, ancora, genericamente, per bancarotta.

E pioi ci sono i sequestri conservativi disposti dal tribunale. Prima ancora che in aula si materializzasse il primo imputato, il primo avvocato o il primo magistrato. Ecco, dunque, che la vigilia della bancarotta Etruria, al debutto stamani nell’aula della Vela ritoccata per l’occasione in un palazzo di giustizia blindato come nelle grandi circostanze, è stata animata dal clamoroso decreto di sequestro cautelare che sostanzialmente blocca i beni immobili di 16 dei 25 vip sotto accusa.

Protagonista del verdetto, chiesto dal liquidatore Giuseppe Santoni, sicuramente la più importante delle parti civili presenti in aula, lo stesso collegio giudicante che da oggi ha cominciato ad occuparsi di un caso quali mai se ne erano visti in un tribunale di provincia: presidente Gianni Fruganti, con a fianco Ada Grignani e Claudio Lara, destinato quest’ultimo a essere sostituito dal giudice Angela Avila, di rientro dai sei mesi di applicazione al Gip, quando a settembre comincerà l’istruttoria vera e propria.

A dare le dimensioni del processo bastano alcuni dati: non solo i 25 imputati ma anche i 59 avvocati che difendono loro o le parti civili, già 2 mila dopo essere passate dal filtro del Gup Giampiero Borraccia all’inizio dell’udienza preliminare-rito abbreviato.

E oggi il numero è ulteriormente lievitato: altre duecento le parti civili che sono entrate in partita. Tra loro ha chiesto di costituirsi parte civile la vedova di Luigino D'Angelo, il risparmiatore di Civitavecchia che si uccise dopo essere rimasto azzerato con le subordinate. Fondamentale anche il Comune di Arezzo, bloccato all’epoca e pronto a riproporre la domanda, come aveva annunciato il sindaco Ghinelli. Potrebbero farlo anche molti azzerati, ammesso che dopo i rimborsi ne abbiano ancora interesse. I testimoni, secondo un primo calcolo del presidente del collegio giudicante, Gianni Fruganti, sono 306, il doppio del cra Parmalat.

Dovessero presentarsi tutti insieme, ci vorrebbe non la Vela, in cui da giorni sono in corso i lavori di ampliamento e adeguamento delle strutture, ma uno stadio o un Palasport, forse un cinema come accadde a Grosseto per il processo Schettino. E’ probabile invece che con gli avvocati ci saranno solo alcuni risparmiatori ormai habituèes delle aule di giustizia, ma si contano sulla dita di una mano.

La prima udienza, del tutto tecnica, è andata in questa direzione: presenti fisicamente solo un paio delle parti civili. E nessun imputato si è presentato ai blocchi di quello che si annuncia come il processo madre, anzi padre, della vicenda ex Bpel.

E’ il processo a un’intera classe dirigente di quella che fu la banca degli aretini e ormai è solo una propaggine di un istituto nazionale, il processo al salotto buono dell’economia cittadina, quello che non è riuscito a tenere a galla Bpel nella tempesta degli anni più bui della congiuntura nel dopoguerra.

Dicono tutto i nomi: l’ultimo presidente Lorenzo Rosi, due vicepresidenti come Giovanni Inghirami, di una dinasty imprenditoriale di livello nazionale, e Giorgio Guerrini, già leader di Confartigianato, consiglieri d’amministrazione del peso di Augusto Federici, del cementificio Sacci (la più grossa sofferenza di Bpel, 50 milioni, anch’essi contestati come bancarotta fraudolenta), Alberto Rigotti e Laura Del Tongo, delle cucine componibili omonime, sprofondate anch’esse nel crac, prima donna a entrare nel Cda.

Mancano solo, ma solo perchè a suo tempo hanno scelto il rito abbreviato, il presidente più inguaiato, Giuseppe Fornasari, e il suo Dg, Luca Bronchi, entrambi condannati a 5 anni dal Gup. Ma è solo una traccia, non è detto che il finale sia lo stesso. Per arrivarci, comunque, ci vorrà almeno un anno (e probabilmente non basterà) di udienze serrate. Mai successo da queste parti. E già questo è sufficiente a dire come oggi sia un giorno destinato a rimanere nelle cronache.