Silvana Benigno
Silvana Benigno

Arezzo, 25 gennaio 2020 - Ha perso la sua ultima partita. Non a burraco, il gioco che adorava e nel quale era quasi imbattibile, ma nella vita, alla quale si era attaccata con la forza di una donna di altri tempi. Ha perso a testa alta, la stessa che alzava di scatto, nella fase finale della malattia, per dire al marito. «Oh tranquillo: non sono ancora morta».

No, Silvana Benigno, «mamma coraggio» di 51 anni, non ce l’ha fatta a battere il suo nemico: il cancro. Ma è di certo stata uno degli ossi più duri che il male del secolo abbia mai incontrato, Perché dal 2015 gli ha dato del tu, lo ha sfidato, in ogni campo e in ogni momento. Dalle sale dell’ospedale al teatro, dalle pagine del suo calendario alle mostre gastronomiche. Con un solo obiettivo: portare fuori la malattia, non chiuderla tra le pareti di casa.

E dare così forza a chi come lei la stava affrontando: o l’avrebbe affrontata in futuro. Al suo fianco, discreto e un’ombra a dispetto del fisico, Fabrizio Paladino: nostro caro collega, l’amico del tavolo accanto, a cui arriva il nostro primo abbraccio.

Per lei la scelta del sorriso era naturale: mai avevi l’impressione che se lo imponesse, anche se sempre ti chiedevi come diavolo facesse a sfoggiarlo, in ogni situazione. Dall’incontro con il Papa, quella mano del Pontefice accarezzata come un’ultima spiaggia.

O la sorpresa di Natale, uno squillo di citofono: Salvini? No, Jovanotti. Che da Cortona era sceso fino a Selci, vicino Città di Castello, solo per sapere come stesse. Fino alle estreme emozioni. L’annuncio di essere diventata cavaliere della Repubblica le era arrivata giovedì. Lo è rimasta per pochi giorni ma l’impressione è che quel titolo indirettamente continuerò a farlo pesare.

E’ stato il suo piccolo «miracolo», tradotto in tanti volti che le hanno reso omaggio: tra cui Emma Marrone, dalla quale le era arrivato uno di quei videomessaggi che lasciano il segno. Era voluta andare a casa per l’ultima volta, nella sua Sicilia. «State tranquilli, torno torno...» aveva promesso all’aeroporto.

E così è stato, riaffacciandosi dal fondo della pista con il solito sorriso. Lo stesso delle pagine del calendario, uno dei tanti modi di appoggiare la Fondazione Ieo di Milano per la quale si batteva con tutte le sue forze, anche se via via in calo. Partite di calcio, lotterie, spettacoli, prodotti al tartufo. Partite di burraco, naturalmente: con la doppia soddisfazione di portare risorse alla causa e di vincerle.

Fianco a fianco con Fabrizio, anche se apparentemente lui sempre un passo indietro, e con la figlia Federica, alla quale ha dato la più straordinaria delle testimonianze. «Oh, ma ti vuoi scuotere» diceva sistematicamente a chi si lasciava andare, alla depressione o alla malattia.

Un pungolo continuo, che solo il procedere del suo nemico ha «spuntato». Domani il Selci, la squadra di Fabrizio, non giocherà in segno di lutto. Domani tutta Città di Castello le dirà addio in Duomo, alle 15.30. Al centro della chiesa la foto di uno dei suoi sorrisi: e forse, impercettibile, l’invito a ripartire. «Oh, ma vi volete scuotere...»