Don Antonio Bacci
Don Antonio Bacci

Arezzo, 15 aprile 2019 - Chissà come avrebbe raccontato la sua morte: di sicuro diretto, un po’ com’era di carattere e un po’ come amava scrivere. Sì, don Antonio Bacci se ne è andato: lui, il parroco con il comodino diviso tra il breviario e i libri di storia. Un sorriso ficcante, la battuta sempre pronta e anche se a volte sembrava deluso che la capisse soltanto lui. Un’intelligenza viva, di quelle che erano diventate non solo la memoria storica della diocesi ma anche la sferzata provocatoria su tanti temi.

Aveva quasi 74 anni, li avrebbe compiuti a ottobre: e soprattutto era ad un passo dal cinquantesimo anniversario della sua ordinazione. Le nozze d’oro, uno di quegli appuntamenti che i sacerdoti amano vivere insieme ai loro compagni di seminario. Li avrebbe festeggiati a giugno, la malattia non gliene ha dato il tempo. E pensare che a quella malattia aveva strappato giorni, settimane, anni.

Una battaglia silenziosa, anche se di carattere non amava il silenzio neanche in classe, quando insegnava: ma affrontata con il sorriso sulle labbra. La sua forza erano la fede e la curiosità, che lo portava ad appassionarsi alle cose più diverse. Una parte della sua avventura è raccontata dai libri. Ne aveva scritti tanti, alcuni perfino a sorpresa.

Perché magari ti aspetti da un «parroco-storico» che racconti le bellezze delle chiese aretine, a cominciare da Badia San Veriano alla quale aveva dedicato uno dei suoi primi volumi, mentre ti aspetti poco che si occupi di Facebook.

Non lo amava, anzi ne detestava il linguaggio sincopato che spesso fa a pezzi l’italiano più puro. Però ne fece anche un libro, «Dateci il nostro post quotidiano», dissacrante e ironico come sempre. Poi aveva prestato la penna alla storia del Viva Maria, ai grandi sinodi aretini, in testa quello incompiuto del Vescovo Cioli. Aveva tratteggiato come nessuno era riuscito a fare la figura di Giulio Salvadori ma anche lo sviluppo della viabilità attraverso i secoli.

Aveva anche firmato un libro sulle grandi donne aretine: lui si era occupato di Santa Margherita, un altro personaggio che amava, anche nei suoi contorni umani. Era rimasto parroco di Ruscello, anche se le ultime fasi della malattia lo avevano tenuto lontano dalla sua gente. Ma continuava a progettare e immaginare.

Docente per anni all’Istituto di scienze religiose, insegnava Storia della chiesa: non era facilissimo prendere appunti, saltava in un secondo da un secolo all’altro. Seguendo collegamenti quasi invisibili, un po’ come a volte le sue battute. Un personaggio scoppiettante. Al quale la chiesa aretina dirà domani oggi: alle 10 in Cattedrale. Tra il breviario e un libro di storia.

E la sua passione infinita lo aveva portato a scrivere perfino poesie, in rima antica: spesso ironizzando su come l'italiano stesse scomparendo, affogato anche dalla prosa un po' sincopata dei social, e come quindi ci fosse bisogno di recuperare quello di una volta. Erudizione e divertimento, ricerca storica e passione. Erano alcune delle coordinate di una vita, che comunque era stata soprattutto incardinata sulle parrocchie e sul suo impegno ecclesiale.

E anche sull'insegnamento. In particolare aveva insegnato a lungo Storia della Chiesa in seminario, formando i nuovi preti e anche quanti sarebbero diventati insegnanti di religione.