Arezzo 24 giugno 2010 - Il triangolo no, Renato Zero non l’aveva considerato. Ma la vecchia gestione di Eutelia, quella che faceva capo alla famiglia Landi, sì, almeno secondo le accuse che martedì prossimo saranno presentate nell’udienza preliminare davanti al Gip, la principale delle quali si avvia ad essere la bancarotta fraudolenta, il reato in cui sono sfociate, dopo il fallimento, le vecchie contestazioni di appropriazione indebita e falso in bilancio. Sono ipotesi, quelle del Pm Roberto Rossi, che traggono origine da un certosino lavoro di ricostruzione dei movimenti finanziari del gruppo, delle telefonate intercorse fra dirigenti e membri della famiglia Landi, di rapporti fra società estere riconducibili di fatto agli imputati, svolto dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza e sfociate in un dettagliato rapporto di servizio di ben 107 pagine. E’ un atto non più coperto dal segreto istruttorio dopo il deposito degli atti seguito all’avviso di chiusura indagini. "La Nazione" è in grado di anticiparne alcuni stralci.

 

Lo schema degli inquirenti è già noto: un complesso sistema di triangolazioni che partiva da Arezzo, passava per società di diritto bulgaro e rumeno, approdava a sigle inglesi e finiva in conti svizzeri riconducibili ai Landi. Quelli che emergono adesso sono i particolari, i nomi e le situazioni. Bisogna partire da tre aziende: la "Sistel.com" Srl, con sede a Sofia, capitale della Bulgaria, la "Sisteme de telecomunicatii internationale" di Bucarest e la "Interdev internationa", un’altra Srl ubicata nella capitale rumena. Sono società che per la Finanza hanno sostanzialmente l’aspetto di scatole vuote. Negli uffici avrebbero lavorato solo un paio di segretarie, Lina a Sofia, riconducibile, secondo le indagini, a tale Veselina Raeva e una certa Edit. Eppure da tali società partivano fatturazioni di servizi telefonici nei confronti di Eutelia per cifre di assoluta consistenza. Fatture fasulle, sempre a giudizio delle Fiamme Gialle, che servivano a schermare i passaggi di capitale fra l’Italia e la Svizzera.

 

Nell’ipotesi d’accusa, la "Sistel", il cui capitale sociale apparteneva per il 30 per cento ad Eutelia, e la "Sisteme" venivano gestite da Pasquale (Marcello) Pallini, uno degli imputati odierni, vicinissimo alla famiglia, la terza da Daniele Bonarini, anche lui ora sotto accusa, anche lui legato alla galassia di via Calamandrei, gestione Landi. A dimostrare quanto le società fossero legate fra loro c’è anche il fatto che le due rumene avevano sede, all’epoca delle verifiche, allo stesso indirizzo di Bucarest, Elanului 21-Sector.  A loro volta, le sigle dell’est europeo emettevano pagamenti per servizi ricevuti, a una società di diritto inglese, la "Technoip", con sede a Londra, "di fatto riconducibile alla famiglia Landi, che ne controlla(va) la gestione dall’Italia", intestaria di un conto corrente in Svizzera. Ecco allora la triangolazione per come la ricostruisce l’accusa: i fondi (nel complesso 33 milioni di euro secondo l’avviso di chiusura inchiesta, ma ci sono anche altre società coinvolte) partivano da Arezzo con la giustificazione di finte fatturazioni di servizi (di qui il falso in bilancio).

 

Le società dell’est pagavano a loro volta fatture fasulle a "Technoip" e altre sigle come l’inglese "Stet". La tappa finale erano le banche svizzere, dove i milioni rimanevano a disposizione della famiglia Landi. A sostegno di questa ricostruzione il rapporto cita decine di intercettazioni a Pallini, Campana e appartenenti alla famiglia Landi (Raimondo, Sauro, Alessandro ed Eva), sia di telefonate che di sms. Mai invece appare l’allora amministratore delegato Samuele Landi, fratello di Raimondo e nipote del presidente Angiolo: "Tale circostanza - scrive la Finanza - è motivata dal fatto che lo stesso ha un utilizzo molto prudente del telefono. Infatti è solito effettuare le telefonate lavorative mediante utenze fisse gestite direttamente da Eutelia nonchè con utenze radiomobili straniere, al verosimile scopo di eludere eventuali attività di monitoraggio".