Salvatore Mannino L’assalto alla sede nazionale della Cgil, con l’attiva partecipazione di un estremista di destra aretino, Lorenzo Franceschi, meglio noto come "Ciclone", capo locale di Forza Nuova, riporta alla memoria due fosche ma lontanissime giornate del 1921, cent’anni fa. Due pagine di cronaca ormai sepolte dalla polvere della storia, ma le uniche, a memoria, in cui le sedi di un sindacato provinciale siano state al centro di episodi di violenza politica, sia pure in condizioni del tutto diverse da quelle attuali. In entrambe le occasioni il bersaglio è la Camera del Lavoro aderente alla CGDL, antenata dell’attuale Cgil, allora situata in piazza Guido Monaco, strettamente legata all’epoca ai due partiti della sinistra di classe usciti dalla scissione di Livorno del 21 gennaio 1921, mentre gli altri due grandi sindacati del tempo, la Cil di matrice cattolica, e l’Usi di derivazione anarchica, forte qui soprattutto al Fabbricone (o Sacfem) del capoluogo e nelle miniere di lignite del Valdarno,...

Salvatore

Mannino

L’assalto alla sede nazionale della Cgil, con l’attiva partecipazione di un estremista di destra aretino, Lorenzo Franceschi, meglio noto come "Ciclone", capo locale di Forza Nuova, riporta alla memoria due fosche ma lontanissime giornate del 1921, cent’anni fa. Due pagine di cronaca ormai sepolte dalla polvere della storia, ma le uniche, a memoria, in cui le sedi di un sindacato provinciale siano state al centro di episodi di violenza politica, sia pure in condizioni del tutto diverse da quelle attuali.

In entrambe le occasioni il bersaglio è la Camera del Lavoro aderente alla CGDL, antenata dell’attuale Cgil, allora situata in piazza Guido Monaco, strettamente legata all’epoca ai due partiti della sinistra di classe usciti dalla scissione di Livorno del 21 gennaio 1921, mentre gli altri due grandi sindacati del tempo, la Cil di matrice cattolica, e l’Usi di derivazione anarchica, forte qui soprattutto al Fabbricone (o Sacfem) del capoluogo e nelle miniere di lignite del Valdarno, erano ben lungi da quei tratti unitari di oggi. Sullo sfondo un’offensiva dello squadrismo fascista già in pieno svolgimento in parte dell’Italia del nord, in Emilia e anche in Toscana, mentre in provincia esisteva ancora un solo fascio di combattimento, quello di Montevarchi, nato in novembre sull’onda dello sciopero agrario organizzato dalle Leghe bianche, poi disconosciute dal Ppi aretino.

E’ appunto un atto di violenza squadristica, l’attacco al giornale socialista La Difesa di Firenze, la scintilla che scatena i fuochi della prima giornata di tregenda, il 27 gennaio, appena sei giorni dopo la scissione di Livorno. La reazione del sindacato ufficiale alla spedizionie punitiva fascista è blanda. Sono allora gli operai della Sacfem, specializzata nella produzione di carrozze ferroviarie, un migliaio di dipendenti assai agguerriti, reduci dall’Occupazione delle fabbriche di settembre, che prendono l’iniziativa, con un corteo che dallo stabilimento, al tempo situato nel grande quadrilatero fra le attuali via Giotto, via Signorelli e via Mecenate, si dirige verso il centro storico. L’obiettivo diventa per strada quello del fascio giovanile di azione liberale, una delle organizzazioni da cui germoglierà in marzo il vero fascismo.

I due tronconi del corteo, dunque, convergono su via Mazzini, sede del fascio liberale che viene invasa, devastata e incendiata. La polizia fa fatica ad arginare l’assalto che però si interrompe quando si diffonde la voce di una spedizione punitiva di squadristi provenienti da fuori contro la Camera del lavoro. La folla dirige allora su piazza Guido Monaco, a difesa della propria organizzazione, circondata da un cordone di polizia e carabinieri. Il fattaccio accade quando una parte delle forze dell’ordine viene dirottata sulla vicina stazione dove sembra in corso un tentativo di occupazione. D’improvviso un’esplosione squarcia il silenzio della sera: è una bomba di cui mai si è saputo piazzata da chi e come, data la presenza dei carabinieri che non vedono o fanno finta di non vedere.

L’emozione è tale (anche se non ci sono vittime) che la protesta dilaga in tutta la provincia. A Foiano, il paese più rosso della Valdichiana rossa, l’unico fascista del posto, il protosquadrista Giovan Battista Romboli, viene bastonato per strada, mentre un prete, Don Valerio Mennini, è costretto a rifugiarsi nella Manifattura Tabacchi. In Valdarno abbandonano il lavoro i minatori e gli operai della Ferriera di San Giovanni, che il giorno dopo saranno arringati dal sindacalista anarchico Attilio Sassi, detto "Bestione".

Passeranno due mesi, i più tragici dell’intera storia recente aretina, con l’offensiva squadrista che investe in pieno la provincia, per arrivare a domenica 10 aprile, quando i fascisti si sentono abbastanza forti per attaccare il capoluogo. E’ la sera in cui il barbiere comunista Mario Ercolani vien fulminato da un colpo di pistola in piazza San Iacopo mentre sta passeggiando con la fidanzata. La seconda ondata squadrista giunge da Firenze intorno a mezzanotte, al comando di Arrigo Dumini, il futuro assassino di Matteotti, e si lancia subito contro la Camera del Lavoro. Il mobilio viene trascinato in piazza e incendiato in un rogo purificatore. Poi tocca ai dirigenti "rossi". Vengono prelevati a casa il deputato socialista Luigi Mascagni, il leader comunista Orazio Mori e lo stesso segretario della Camera del Lavoro, Ettore Mordini, raggiunto in ospedale (allora dove adesso ci sono i portici di via Roma) al capezzale della moglie e bandito da Arezzo.

Foschi episodi di un passato ormai irripetibile? Bè, almeno due differenze ci sono: nel 1921 i fascisti agivano forti di un consenso diffuso nell’opinione pubblica moderata e quasi sempre con la complicità delle autorità locali, mentre i violenti di adesso sono isolati e quasi reietti. E poi allora l’attacco alle Camera del Lavoro erano parte di un’offensiva più generale verso i partiti di sinistra reduci dalle follie del biennio rosso. Oggi l’assalto alla Cgil è piuttosto quello a un’istituzione condannato da tutti. Il tempo non è passato invano.