Cavallo di Aceves

di SILVIA BARDI

Arezzo 13 guugno 2018 - Cavalli come naufraghi superstiti. Appaiono a decine poi a centinaia. A pezzi, sfregiati, scheletrici, possenti. Richiamano i resti delle statue in bronzo romane ma si appellano alla realtà di oggi. E’ chiaro il messaggio di Gustavo Aceves, artista messicano che dalla sua terra manca da più di vent’anni e che ha scelto la Toscana, Pietrasanta, per vivere e lavorare. Il suo imponente progetto scultoreo ‘Lapidarium dalla parte dei vinti’, duecento opere in marmo, bronzo granito, ferro e resina, arrivate ad Arezzo che qui resteranno dal 16 giugno al 14 ottobre dopo un ‘tour’ mondiale che vedrà il gran finale proprio quest’anno a Città del Messico. Tra le sue installazioni più importanti e simboliche quella di Berlino alla Porta di Brandeburgo a richiamo dell’auriga che svetta sul monumento tedesco, e al Colosseo a Roma. Ci vorrà tutto il centro storico di Arezzo per ospitarlo, in un itinerario che lo vedrà spaziare tra piazza san Francesco, sagrato del Duomo, Piazza Grande, Fortezza e in sale espositive al chiuso come Sant’Ignazio.

Una mostra, un progetto e un messaggio per parlare di migrazione. “Le suggestioni storiche e visive più forti stanno tra la barca di Caronte e il cavallo di Troia. Il tema ruota attorno alla migrazione vista come fuga, come scoperta, come viaggio, ma anche come xenofobia e conquista, nell’ottica di una storia che si ripete dagli albori dell’umanità. I cavalli, tutti diversi tra loro, simboleggiano le migrazioni attraverso le epoche e le latitudini. Sono simbolo di una migrazione eterna” si legge in un’intervista rilasciata dall’artista che sta lavorando a quest’opera dal 2014. C’è il tema dell’intolleranza, della persecuzione, della fuga, della libertà, della conquista. Sì perché i migranti che muoiono nei loro viaggi della speranza accomunano la tragedia messicana che si consuma al confine con gli Stati Uniti con le tragedie che i consumano ogni giorno nel Mediterraneo.

Uguale il fenomeno , uguali le re opereazioni: “Siamo troppo intolleranti verso la migrazione, lo siamo da sempre - ammette Aceves - ma siamo da sempre migranti, l’umanità è nata da individui in migrazione verso condizioni di vita migliori e non dovremmo dimenticarlo”. Ma anche un omaggio alla storia, alla Quadriga di San Marco, proveniente da Costantinopoli, gli antichissimi cavalli bronzei che l’artista vedeva a Città del Messico. E la scelta del cavallo non è casuale, evoca il viaggio, la migrazione, lo spostamento delle genti, qui sotto forma di frammenti dai quali ricostruire il proprio passato e dove gli scheletri degli animali richiamano l’ossatura delle navi. E, ci piace pensarlo, un omaggio al simbolo di Arezzo, al suo cavallo rampante proprio nei giorni del Saracino e immancabilmente a Piero della Francesca e alla battaglia di Costantino contro Massenzio, quell’intreccio di cavalli e uomini che segneranno il destino dell’umanità.