Bologna, 12 ottobre 2014 - «Lo amo così tanto che potrei vomitare arcobaleni», scriveva mesi fa su YouTube una fan di Marilyn Manson per difenderlo dagli insulti. «Mai stata più felice: potrei vomitare arcobaleni», tweettava Emma lo scorso Natale (non ancora presaga del naufragio che di lì a poco sul palco dell’Eurovision Song Contest avrebbe fatto colare a picco le sue ambizioni internazionali). Per non essere da meno, pure Fedez sulla copertina del nuovo album Pop-Hoolista (disco d’oro per le 25.000 copie vendute certificate dalla Fme) si lascia scappare un robusto fiotto multicolore ai piedi di un poliziotto a cavallo, ma lo fa strizzando l’occhio all’arte di strada e del web, come anticipa al telefono nell’attesa di materializzarsi domani alle 16 alla Feltrinelli di Piazza Ravegnana per incontrare i fans bolognesi e firmare alcune copie del cd. «Quell’immagine strizza l’occhio all’arte contemporanea di Ron English e di tutti quegli altri artisti che con le loro opere intendono inquadrare il potere e renderlo ridicolo».

Come sono entrate nel suo mondo le figure femminili che popolano il disco?

«Il rap è un genere che si presta alla promiscuità musicale. Alcune collaborazioni, come quella con Malika Ayane, sono nate dall’amicizia, mentre altre, come quella con Elisa, dall’esigenza; nel senso che me la sono andata a cercare io».

In giugno è sbarcato all’Unipol Arena nei panni di giudice per le audizioni di “X-Factor”. Il clima della trasmissione varia da città a città o è sempre lo stesso?

«In realtà non si colgono grosse differenze. Un palazzetto è un palazzetto e i candidati vengono da tutta Italia quindi non noti particolarità di stile o di genere. Tutt’altra cosa sono i concerti, perché quando stai in scena in Emilia Romagna avverti nettamente che le querce del cantautorato musicale italiano stanno tutte qui».

Cosa apprezza di più?

«Diversi locali hanno un’atmosfera sociale e retrò che mi piace molto. Fra quelli che preferisco c’è, ad esempio, il Vidia di Cesena grazie all’opera di un grande promoter come Libero Cola».

Lei è uno che divide, da una parte i fans (irriducibili) e dall’altra i detrattori.

«Non sono il primo e non sarò l’ultimo. Pure Vasco all’apice della sua carriera era un elemento di rottura. Per nessun artista esisterà mai un’acclamazione popolare assoluta».

Una frase del nuovo album dice “Più la gente critica più questo mi gratifica perché significa che ho il fascino della classifica”...

«Una sagoma dentro cui stare non l’ho mai avuta. Col tempo ho capito che quando la passione diventa un lavoro ti capita anche di fare cose che non ti piacciono, di andare in contesti che non ami, ma non puoi sottrarti. Presentare i dischi nelle librerie appartiene alla parte più piacevole di questo lavoro; farlo in certe trasmissioni tv o su certe testate giornalistiche, un po’ meno. Ma è lavoro e qualche compromesso, che non intacchi la tua dignità personale, lo devi accettare. Altrimenti sconfini nell’hobby».

La sua “Non sono partito” è l’inno di Italia 5 Stelle, la tre giorni romana al Circo Massimo del Movimento di Grillo...

«Visto che non posso andare, scrivere l’inno di queste tre giornate è stata una non presenza-presenza. Anche se, ovviamente, per me non sarebbe un problema, ho prestato la voce a un evento e non a un partito. Non mi sento, infatti, un propagandista né un portabandiera. Anzi, penso di aver fatto una cosa controproducente, perché in questo momento di grande presenza sui media l’ultima cosa di cui ho bisogno è quella di espormi politicamente».

Non si direbbe...

«Ho un pubblico molto giovane e la mia missione non è quella di orientarlo verso un partito politico o un movimento, ma quello di fargli capire che la cittadinanza attiva, il mettersi in gioco, è parte integrante del nostro desiderio di cambiare le cose. Quindi non dico che il Movimento 5 Stelle ci salverà. Dico solo che per me, nella ‘non scelta’, è la migliore scelta».