Viareggio, 14 gennaio 2018 - «La casina non è fatta di legno. Ma di anima e ricordi». Ha trovato le parole giuste Elena, piccola alunna della Quarta A della scuola elementare Marsili per descrivere l’altare laico che, ai piedi di via Ponchielli, raccoglie la vita che in quella strada lungo la ferrovia si è interrotta la notte del 29 giugno 2009.

Notte d’inferno a Viareggio, quando a una manciata di minuti dalla mezzanotte deragliò un treno carico di Gpl innescando un’esplosione mortale. Il suo pensierino, ma grande nella sua profondità, è appeso lì: tra i pupazzi, i disegni, i racconti della cronaca, le fotografie delle 32 vittime, su una parete della Casina dei Ricordi. Un mondo spalancato sulla memoria, da ieri «chiuso, per mancanza di rispetto». In quel foglietto, appeso sulla porta allucchettata, c’è tutta la delusione di Giuliano Bandoni.

Uomo schietto e generoso, che da oltre 8 anni custodisce lo spazio del dolore collettivo e della lotta comune di una città per la giustizia, la verità e la sicurezza sui binari. «In questi anni – si sfoga Bandoni, che nel disastro ferroviario perse gli amici motociclisti Pulce e Scarburato – la Casina è stata più volte violata dai malviventi, convinti forse di trovarci qualche offerta. E mai una volta che le istituzioni siano intervenute per sostenere la riparazioni. Non ho nessuno in Comune a cui chiedere aiuto». Ma a far traboccare il vaso sono i laceranti gesti di quotidiana insensibilità.

"Il giardino della Casina – prosegue Bandoni – è stato scambiato per uno sgambatoio. Le piantine in ricordo delle vittime e i fiori che ogni giorno vengo ad annaffiare per colorare questo spazio si sono seccati. Soffocati dai bisogni dei cani. E poi c’è un tir, che posteggia sempre di fronte all’ingresso, ostruendo la visuale e l’entrata. Questo sarebbe rispetto? No, tutto questo è solo triste e assurdo".