Perugia, 2 dicembre 2017 - IL GIUDICE unico della Corte dei Conti dell’Umbria, Chiara Vetro, ha ridotto la «pensione d’oro» dell’ex avvocato del Comune, Mario Cartasegna, da 20mila a 5.300 euro al mese. Non solo: ha pure sancito che il professionista dovrà restituire 3,7 milioni di arretrati all’Inps. Una cifra da far tremare i polsi. La decisione è contenuta in una sentenza di 26 pagine pubblicata tre giorni fa, nella quale sono stati riuniti i due giudizi (uno sul taglio e l’altro sulla restituzione di quanto indebitamente percepito).

CARTASEGNA balzò alle cronache nel 2013 quando venne fuori che percepiva una delle pensioni più ‘ricche d’Italia’ (19mila euro al mese netti). Tre anni dopo l’Inps gli scrisse annunciando che la quota mensile della sua pensione sarebbe scesa a 11.154 lordi (circa 5.300 netti) e che la riduzione era stata fatta in base al ricalcolo che aveva effettuato a sua volta il Comune. L’ex legale dell’ente infatti, andò in pensione nel 2008 percependo un importo elevatissimo. Il motivo? In poche parole nel calcolo dell’emolumento ci finirono dentro oltre ai contribuiti fissi percepiti da dipendente pubblico, anche quelli per gli onorari che il legale percepiva per le cause andate a buon fine. Il tutto era stato effettuato però in base a una sentenza del Tar passata in giudicato nel ’97 (sulla quale nessuno fece ricorso) e la cui regolarità fu ribadita poi anche dall’Inpdap e dall’Agenzia delle Entrate. Poi quando la «partita» delle pensioni passò da Inpdap a Inps, l’Istituto presieduto da Tito Boeri volle vederci chiaro e chiese lumi al Comune: l’ente locale scrisse però che non considerava gli onorari percepiti per le cause vinte come fissi e continuativi, e quindi non potevano essere calcolati ai fini pensionistici.

L’INPS così nel 2016 scrive all’ex legale dell’amministrazione comunale e gli annuncia la decurtazione della pensione di 15mila euro al mese. Poi qualche mese dopo (nel febbraio di quest’anno) gli richiede pure gli arretrati di otto anni (2008-2016) pari a 3.696.873 euro. A questo punto si va davanti alla Corte dei Conti, con Cartasegna che ribadisce le sue ragioni e l’Inps le proprie. E il giudice che alla fine dà ragione all’Istituto previdenziale: gli onorari non possono essere considerati ai fini del calcolo pensionistico.

E AGGIUNGE che Cartasegna «per il ruolo svolto in seno all’amministrazione e per la preparazione professionale, era perfettamente in grado di valutare la macroscopica illegittimità che si stava consumando con l’indebita percezione di tali ingenti somme».