Perugia, 26 novembre 2015 - Un omicidio premeditato? Oppure un gesto improvviso e «non voluto» come sostiene la sua difesa? A poche ore dall’ennesimo femminicidio che ha insanguinato Perugia, nella Giornata mondiale contro la violenza sulle donne, si apre uno scenario ancor più inquietante dietro al delitto di Raffaella Presta, avvocato di 40 anni uccisa con due colpi di una doppietta da caccia dal marito, Francesco Rosi, agente immobiliare di 43 anni, ora in carcere con l’accusa di omicidio volontario.

Fino a tarda sera la Scientifica dell’Arma e il medico legale, Laura Paglicci Reattelli, sono rimasti nella villa dietro la stazione, zona Bellocchio, per ricostruire la dinamica dell’accaduto, mentre gli investigatori del comando provinciale, agli ordini del colonnello Cosimo Fiore e del maggiore Carlo Sfacteria, stanno sentendo vicini e parenti per capire la successione degli spari mortali e il movente che ha scatenato tanta furia.

Sono due fondamentalmente gli elementi che non tornano nella ricostruzione del delitto. Il primo è legato al possesso dell’arma, una doppietta da caccia. Francesco Rosi non aveva la licenza per detenerla e il fucile sembrerebbe essere del padre, pediatra in pensione, ma occorre capire dove fossero custodite quella e altre armi e quando l’agente immobiliare l’abbia presa e caricata. Sicuramente la doppietta non poteva essere nella cameretta del bambino di sei anni, figlio della coppia (in quel momento in bagno), drammatica scena di un crimine senza senso.

E poi i colpi. Sono due. E chissà sparati in quale sequenza. Ravvicinata? Oppure no. Oppure Raffaella doveva morire, secondo il marito geloso e quindi il secondo sparo? Uno – forse il primo, ma è solo un’ipotesi – l’ha raggiunta all’inguine, il secondo invece nella parte alta del busto ma occorrerà capire meglio la traiettoria.

Un altro giallo che il pubblico ministero Valentina Manuali avrebbe voluto chiarire con l’interrogatorio immediato dell’indagato, per adesso accusato di omicidio volontario. Alle 19.30 è stato portato in procura, fatto uscire con il volto incappucciato dalla villa insanguinata.

Lo difende l’avvocato Luca Maori che ha preferito scegliere la strada del silenzio. "E’ sotto choc e al momento del fatto non era in grado di intendere e di volere", spiega il difensore, già legale di Raffaele Sollecito. Preannunciando una battaglia legale sul caso.

Forse più chiaro è il movente. Quando Francesco Rosi ha chiamato il 112 ha prima spiegato di aver fatto una "cosa grave alla moglie" ma il militare della centrale operativa l’ha tenuto al telefono (e quindi registrato). Avrebbe anche spiegato di aver sparato accecato dalla gelosia.

Una storia di liti e recriminazioni raccontate anche agli amici e ai parenti. E anche da una collega di studio. Tanto che sembra che Raffaella ipotizzasse di essere seguita da un investigatore privato. Su Rosi è stato comunque eseguito anche l’esame dello stub per la ricerca delle particelle residue di sparo. Ma il terreno di sospetti e scontri sembra essere un altro.