Perugia, 11 gennaio 2018 - Quella di Roberto Ferracci, l’albergatore di Spello che il 25 settembre scorso accoltellò i giudici Francesca Altrui e Umberto Rana in tribunale, fu un’«aggressione violentissima e scaturita in modo improvviso», ma il suo disturbo depressivo «non può essere considerato in alcun modo infermità di mente penalmente rilevante. Ferracci è pienamente imputabile». E’ quanto ha stabilito il perito incaricato dal giudice Alessandro Moneti di Firenze di stabilire se l’albergatore era capace di intendere e volere quando aggredì i giudici. Secondo quanto emerso dalla perizia psichiatrica, Ferracci era consapevole di ciò che stava facendo quando bussò alla porta della dottoressa Altrui e, in seguito all’invito del giudice di andarsene, tirò fuori uno dei due coltelli che aveva portato con sé, cercando di ucciderla. Non riuscendoci solo per l’immediata reazione del collega Rana, che sfondò la porta della stanza e afferrò alle spalle l’albergatore, restando ferito nella colluttazione.

FERRACCI deve rispondere anche di aver premeditato il delitto: nell’elaborato il dottor Andrea Tanini di Firenze sostiene che «appare credibile anche quando dice di essersi recato in tribunale per avere spiegazioni (circa la messa all’asta dell’Hotel Julia di famiglia a un prezzo ribassato, ndr) e poi suicidarsi». «Nel carcere di Perugia egli ha più volte – è scritto nella consulenza – ammesso di essere cosciente del delitto commesso, parzialmente giustificandolo con le ingiustizie subite e con la momentanea perdita del controllo di fronte alle risposte della persona offesa. Lo sciopero della fame intrapreso (inizialmente, ndr) in carcere – è ancora il documento – viene da lui riferito al fatto che nell’atto di carcerazione erano nominate sua mamma e la sorella: egli ha ritenuto che le avessero diffamate, avendo egli deciso e agito in totale autonomia».

AL MOMENTO dell’arresto da parte della polizia (Ferracci venne inizialmente bloccato dagli ufficiali di polizia giudiziaria in servizio alla Procura generale) l’albergatore mostrò l’attestazione sanitaria di infermità dovuta a un problema psichiatrico che – ora è emerso – si riferisce a un problema depressivo. Egli era costantemente seguito dal Centro di salute mentale che il primo settembre 2016 annotò: «Ha sviluppato un’ideazione prevalente caratterizzata da pensieri di vendetta». La vicenda giudiziaria della vendita dell’immobile di famiglia si è trascinata per anni, fino al settembre scorso, quando, contestualmente alla decisione di mettere all’asta l’immobile dopo tanti anni a un prezzo ribassato, Ferracci aveva saputo di aver perso la causa contro l’istituto di credito che aveva inizialmente concesso il finanziamento. Si torna in aula il 9 febbraio per la sentenza.

Erika Pontini