Perugia, 10 gennaio 2018 - "C’è una bella espressione di Voltaire, che dice: Se tu del tuo tempo non accetti i cambiamenti, forse prenderai la parte peggiore. Ecco, dobbiamo accettare che l’umanità sia cambiata: Internet ha mutato il modo di vivere rispetto a vent’anni fa e dobbiamo farcene una ragione. Si tratta di cambiamenti imponenti, secolari direi, dei quali non possiamo non tener conto, saremmo miopi; non è una questione di destra o sinistra. E questo vale per i centri storici come per le periferie".

Brunello Cucinelli, imprenditore del cashmere di fama mondiale da sempre impegnato nel mecenatismo artistico, decide di prendere parte al dibattito che La Nazione ha recentemente avviato sul ruolo di Perugia e sulle prospettive del suo centro storico. Cucinelli vive e lavora a Solomeo, borgo stupendo a due passi dal capoluogo che l’imprenditore negli anni ha saputo valorizzare appieno, e dove c’è il cuore pulsante della «Brunello Cucinelli Spa». Dopo aver restaurato l’Arco Etrusco, monumento-simbolo di Perugia, oggi Cucinelli ha deciso di offrire il proprio decisivo contributo alla ristrutturazione dello storico Teatro Morlacchi. Un altro atto di amore verso la città. E non a caso sulla sua pagina web campeggia la frase di Fedor Dostoevskji, «la bellezza salverà il mondo». E il «re» del cashemere parte così dall’analisi del presente, per proiettarsi nel futuro senza dimenticare quanto gli Antichi hanno realizzato nel trascorrere dei secoli.

Cucinelli, iniziamo dalle aspirazioni: come le piacerebbe fosse Perugia? E come la immagina tra qualche anno?

«Dobbiamo riprogettare la nostra città avendo una visione quasi secolare, perché il mondo nel frattempo è cambiato. A cosa possiamo tornare a credere? Al fatto che le persone tornino a vivere nei piccoli agglomerati, nei paesi, nei centri storici. E’ vero che nelle periferie, dove c’è ogni tipo di servizio, vive il 70% delle persone, ma purtroppo esse non splendono per bellezza. Ognuno di noi ha lasciato andare un po’ la propria città, il luogo in cui vive, ma è nostro dovere impegnarci per lasciarla ancora più bella alle generazioni future, come hanno fatto con noi gli Antichi. Vedo purtroppo palazzi non curati, giardini abbandonati, mura sporche. Un abbandono piccolo e quotidiano che collima con la crisi di civiltà che abbiamo avuto. Questo vale per molte città italiane naturalmente, non solo per Perugia».

E lei si è fatto un’idea rispetto a come poter ripartire?

«La prima cosa da fare è riprendersi cura della nostra città. E non credo sia un problema di mezzi o di risorse. Le faccio un esempio: c’è una signora che pochi giorni fa ha versato dieci euro per il restauro del Morlacchi. Mi sembra un caso emblematico di cui andare fieri. Da questo deriva il mio desiderio, e quello del sindaco Andrea Romizi, di programmare la ‘Settimana della Custodia’, dove ognuno provi a curare qualcosa della sua casa: una finestra, un muro, un piccolo giardino. Anche perché queste sono buone azioni che incidono positivamente sulla psiche dell’essere umano. E’ un’iniziativa che faremo in una settimana a primavera, poi il sabato sera organizzeremo una grande festa in piazza, una cena con ventimila persone che hanno partecipato alla custodia della città».

Davvero ritiene che questo possa essere uno stimolo per i cittadini?

«Ritengo ci sia un problema culturale di fondo nel nostro Paese, che può essere affrontato e superato. Ad esempio a Milano lo hanno fatto, si sono presi cura della città. Possiamo farlo anche noi, non solo nel centro storico ma anche nelle periferie, naturalmente: questo progetto interessa l’intera città. Cercheremo di andare avanti con questa idea che, voglio dirlo con chiarezza e per l’ennesima volta, non ha colori politici, non sono interessato che si parli di un evento di destra o di sinistra. D’altra parte i senesi nella loro Costitutio del 1309 avevano già inserito la questione della cura dei luoghi».

In che termini?

«Era appunto il 1309 quando il Comune di Siena decise di tradurre in volgare l’insieme di norme e leggi che regolavano la vita pubblica, così da renderle comprensibili anche a chi non conosceva il latino. Chi governa, diceva la Costitutio, deve avere a cuore ‘massimamente la bellezza della città, per cagione di diletto e allegrezza ai forestieri, per onore, prosperità e accrescimento della città e dei cittadini’ . Il bene della collettività doveva necessariamente passare dalla condivisione e dalla trasparenza e doveva essere al centro degli obiettivi del governo senese di quel periodo. Concetti nobili e condivisibili».

L'INTERVISTA COMPLETA SU LA NAZIONE IN EDICOLA MERCOLEDI' 10 GENNAIO