Crisi senza fine anche in Umbria. La gente non sa piu' come fare per tirare a campare: "Sono disposta a tutto per far sorridere di nuovo un nipotino’
Foligno, 31 gennaio 2012 - SONO TUTTE storie toccanti quelle passate negli ultimi mesi dalle porte delle nostre redazioni, di fronte alle quali è difficile riuscire a mantenere la freddezza necessaria per raccogliere e raccontare le testimonianze di famiglie lacerate a causa dei troppi problemi economici. Fino a questo punto però non c’era mai arrivato nessuno. Angela, nome di fantasia usato per mantenere la giusta riservatezza di una vicenda molto delicata, è disposta a donare un rene in cambio di un lavoro, un’occupazione di qualsiasi tipo, non per lei, ma per il figlio di 38 anni. Un ultimo gesto disperato (e inaccettabile, sia per legge che per morale), che è sintomo di una situazione di enorme disagio dalla quale sembra ormai diventato impossibile uscire. E la drammaticità è amplificata dal fatto che in mezzo a questa triste storia c’è un bambino, con un padre biologico lontano, una mamma spesso assente perché costretta a lavorare giorno e notte per garantirgli una vita dignitosa, e un «nuovo papà» che vorrebbe, ma non riesce ad aiutarlo. L’appello però non viene da lui, «è troppo riservato per fare una cosa del genere», ma da sua madre, che ormai, dice: «Non ho più niente da perdere, e tantomeno nulla di cui vergognarmi».
«LA SITUAZIONE — racconta Angela — è precipitata ad agosto quando mio figlio ha dovuto chiudere l’attività che aveva in gestione perché le cose non andavano bene. Prima lavorava nello stesso esercizio come dipendente. Portava a casa un modesto sipendio, ma sufficiente per arrivare, pur con molti sforzi, a fine mese. Poi il suo titolare l’ha messo di fronte a un ultimatum: o prendeva in gestione l’attività, oppure il locale sarebbe stato chiuso e lui avrebbe perso il posto. A questo punto, quasi obbligato, ha deciso di intraprendere la prima strada, ma i clienti erano pochi e lui non riusciva a sostenere le spese per l’affitto, altissimo, e gli altri costi di gestione. Ad agosto allora ha deciso di chiudere, ma è lì che è sprofondato in un tunnel senza via d’uscita. La sua compagna, una ragazza che ha un bambino di otto anni nato da una precedente relazione, lo aiutava nella sua attività. Così quando mio figlio non ce l’ha più fatta, nello stesso istante hanno perso il lavoro entrambi. Noi, io e mio marito, viviamo con due misere pensioni; tutti i piccoli risparmi sono finiti e non ce la facciamo più ad aiutarlo. Abbiamo tamponato i debiti più urgenti, ma ora non riusciamo a fare altro».
SCOPPIA a piangere, Angela. Si fa forza e continua: «Se potessi andrei a lavorare per lui, ma i problemi di salute me lo impediscono. Però mi basta un rene per vivere, quindi sono disposta a cedere l’altro se ciò vuol dire far ritrovare il sorriso a un ragazzo di 38 anni». E la rabbia diventa ancora più forte se si pensa che a provare sulla propria pelle il dramma di non riuscire a garantire i libri per la scuola o dei vestiti nuovi a un bambino, è un uomo che parla quattro lingue, che ha lavorato come interprete per gli americani, spariti dopo il crollo delle Torri Gemelle, facendo sparire di conseguenza anche la richiesta di lavoro. Poi sono seguiti solo contratti a tempo determinato e ora neanche più quelli, pur avendo maturato esperienza nel campo della ristorazione. «Mio figlio — continua Angela — dice che se non trova lavoro si ammazza. Io chiedo a chiunque ne abbia la possibilità di fare qualcosa, per far tornare la gioia di vivere sia a lui che a quel povero bambino, che da qualche tempo non è più lui, perché non ha più nemmeno l’affetto della madre, lontana da casa 15 ore al giorno per dargli almeno da mangiare, dopo che gli è stato tolto tutto il resto».
di SILVIA MINELLI