HOMEPAGE > Umbria > Giallo Narducci, prosciolti i ventuno imputati

Giallo Narducci, prosciolti
i ventuno imputati

Dopo venticinque anni c’è un punto sul giallo infinito del lago Trasimeno che, per anni, ha legato - nell’ottica accusatoria - il nome di Francesco Narducci ai fattacci del mostro di Firenze

| | condividi
Perugia, Il giudice Paolo Micheli (Crocchioni)

Perugia, 21 aprile 2010 - Solo ieri sera tardi, dopo oltre dieci ore di camera di consiglio, il giudice Paolo Micheli (dopo un anno e mezzo di istruttoria in udienza preliminare) ha chiuso il cerchio attorno a un’indagine che, tra veleni, polemiche e colpi di scena, si trascina ormai dal 2001. Tutti prosciolti i ventuno imputati di avere, a vario titolo, dato vita a una serie di depistaggi sul giallo della morte di Francesco Narducci. Il giudice ha dichiarato il non luogo a procedere "perché il fatto non sussiste" per i sei imputati che si sarebbero associati per imbastire l’operazione del doppio cadavere.

 

In particolare, secondo la versione accusatoria, nel 1985 il padre, il fratello di Francesco Narducci, insieme all’allora questore Francesco Trio, all’allora comandante degli elicotteristi Adolfo Pennetti Pennella, all’avvocato Alfredo Brizioli e al questore aggiunto Luigi De Feo, si associarono per occultare il cadavere del medico, "rinvenuto tra l’8-9 ottobre del 1985", scambiandolo poi con il corpo riaffiorato nello specchio d’acqua il 13 e ‘fatto passare’, secondo l’accusa per il corpo di Narducci.

 

Secondo il giudice però, quell’associazione non fu mai costituita: solo le motivazioni che saranno depositate tra 90 giorni chiariranno se il giudice non ha creduto all’ipotesi del doppio cadavere oppure alla sussistenza del reato associativo. La tesi del complotto era stata smentita nel corso di una settimana di discussione degli avvocati davanti al giudice.

 

Gli imputati principali infatti non solo hanno sostenuto di non aver mai "ostacolato le indagini della magistratura" ma che, sulla base delle consulenze scientifiche, la morte del medico era da addebitare all’assunzione di meperidina, un oppiaceo di sintesi rinvenuto nei capelli di Narducci, analizzati in seguito alla riesumazione. Si sarebbe quindi trattato di un suicidio. Da lì hanno motivato il perché il castello accusatorio della procura non poteva reggere, nemmeno al primo vaglio del giudice per le indagini preliminari.

 

Gli altri imputati dovevano rispondere di episodi collaterali o successivi, come le false dichiarazioni al pm, la calunnia nei confronti di terzi accusati del delitto del ‘mostro’ o le indebite pressioni sull’inchiesta.
Anche in questo caso il giudice, con formule differenti (perché il fatto non sussiste o perché il fatto non costituisce reato) ha pronunciato il non luogo a procedere.

 

L’avvocato della famiglia Narducci Francesco Falcinelli ha commentato: "Risultato soddisfacente e del tutto in linea con le risultanze processuali acquisite. Il giudice ha ritenuto l’insussistenza del reato ascritto ai familiari di Narducci e di ogni ulteriore contestazione". Le difese sono state affidate anche agli avvocati Pietro Pomanti, Stelio e David Zaganelli, Luciano Ghirga, Gianni Spina, Rita Urbani, Ubaldo Minelli, Marco Baldassarri, Fernando Mucci, David Brunelli, Vincenzo Di Santo, Nerio Zuccaccia, Filippo Dinacci e Claudio Franceschini. La vedova del medico, Francesca Spagnoli, assistita dall’avvocato Francesco Crisi era l’unica parente parte civile. 


Oggi 12°
Domani 13°
Previsioni a cura del centro Epson Meteo
Articoli correlati
Speciale Campionato di Giornalismo

Ricerca avanzata annunci

La Nazione su Facebook