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La Toscana da rifare secondo l'architetto Carmassi

Cosa si salva e cosa no per il grande esperto di architettura contemporanea

Dal Palazzo di giustizia di Firenze al museo Pecci di Prato. Ecco le pagelle

Il nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze a Novoli (Foto di Marco Mori/New Press Photo)
Il nuovo Palazzo di Giustizia di Firenze a Novoli (Foto di Marco Mori/New Press Photo)

Toscana, 4 gennaio 2013 - I beni culturali non sono negozi di moda. Un tempo per buona parte ignorati, oggi mercificati in nome del mostro sacro del turismo, rischiano di essere danneggiati per sempre a colpi di recuperi sempre più 'disinvolti'.

Sembra essere diventato il 'vizio' dell'architettura contemporanea quello di voler realizzare opere d'arte anziché rispettare l'ambiente in cui si colloca un intervento e il patrimonio artistico che i secoli ci hanno consegnato.

Così mentre le città si contendono i visitatori a colpi di mostre e restauri "innovativi", un grido di dolore si alza dalla Toscana, regione dove vive ed è nato Massimo Carmassi, uno dei più grandi nomi dell'architettura contemporanea internazionale, insignito di medaglie d'oro e riconoscimenti, sia in Europa che negli Stati Uniti,  ordinario di Progettazione architettonica e urbana all'Università di Venezia e autore di numerosi recuperi, dai mattatoi di Roma, al campus universitario di Parma, dal palazzo ducale di Guastalla al palazzo Lanfranchi a Pisa, sua città natale.

"La Toscana è estremamente delicata perchè i suoi centri abitati hanno molta anima, molta atmosfera. Quindi bisogna essere assai prudenti nel mettere a confronto l'antico col nuovo", ci racconta nella sua casa-studio di Firenze, città dove si è anche laureato.

"Non parlo soltanto dei centri storici, ma anche dei quartieri nuovi. Proprio a Firenze, il parcheggio di piazza Alberti è frutto di una visione dell'architettura alla moda. Certo, un parcheggio non è un palazzo, ma anche all'interno dei musei fiorentini predomina il nuovo con grandi negozi che niente hanno a che fare con l'arte. Senza contare la sala del Botticelli agli Uffizi, rimaneggiata tre o quattro volte nel corso degli ultimi decenni. E sempre in peggio".

Quali dovrebbero essere, secondo lei, i criteri di un restauro?
"Il mio è un approccio conservativo, cioè ritengo che sia necessario mantenere il più possibile ciò che c'é. In Toscana spesso, purtroppo, chi restaura tende in realtà a rinnovare. Sia i progettisti che gli stessi soprintendenti  finiscono con l'inserire troppi elementi nuovi in contesti antichi, mentre il loro compito dovrebbe essere quello di tramandare ai posteri ciò che è stato trovato".

Quali sono nella nostra regione le città più 'rispettate'?
"Sicuramente Lucca, che ha mantenuto l'atmosfera che aveva due secoli fa con un tessuto edilizio che si potrebbe definire 'affettivo'. Anche Siena è conservata nella maniera giusta".

E quelle più maltrattate?
"Trovo che Livorno, soprattutto nella parte vicina al porto, si stia sciupando molto. Ma certamente la città più bistrattata sul piano del recupero edilizio è Pisa. Pisa non ha più un'anima. E' vero che ha avuto la sfortuna di perdere parti di straordinaria bellezza a causa dei bombardamenti, ma alcuni 'recuperi' degli ultimi tempi non sono stati certo migliori".

Quali?
"Molti. Uno degli ultimi è la distruzione dell'edificio dell'Enel all'inizio del lungarno Pacinotti. La sua ristrutturazione non ha  per niente rispettato i valori architettonici di un autore quale Michelucci che lo aveva progettato nel dopoguerra. Ci sono poi le due torri costruite a Cisanello, nella zona nuova. Mi domando come si faccia a realizzare edifici verticali in una città che è tutta orizzontale, a parte il segno distintivo e storico della Torre pendente. Un altro esempio da citare è un edificio realizzato completamente in vetro colorato vicino al nuovo ospedale. Non si può dire che sia brutto, però è dissonante. Comunque è soprattutto il restauro delle mura urbane a scovolgere: si tratta di un intervento di una gravità inaudita".

Perché?
"Sono state stuccate le pietre, inserite ringhiere da stadio, tamponati i merli, così da modificarne addirittura il profilo. Come se non bastasse, l'idea di ricavarne un camminamento per turisti, che probabilmente non sarà mai usato, ha obbligato ad una pendenza verso l'esterno delle mura che con le piogge provoca il dilavamento di strisce intere di pietra, ormai annerite dall' acqua. Per carità, sacrosanta l'idea di recuperare le mura, ma trattandosi di un monumento di grandissimo pregio, queste dovevano essere rese più visibili, non solo dall'esterno, ma anche dall'esterno, liberando, quindi, alcune aree adiacenti da immobili privi di interesse. Quelle mura sono belle se viste dal basso. Con la realizzazione di un percorso in quota, escludendo il breve tratto corrispondente al Duomo, si può ammirare, soltanto una brutta periferia".

Alcuni esempi di buon restauro?
"Le mura di Grosseto. E anche la sede della Cassa di Risparmio di Firenze progettata da Giorgio Grassi a Firenze. Penso che tra le costruzioni degli ultimi 30 anni questo sia l'edificio che si addice di più allo spirito della città. Al contrario del nuovo Tribunale, nella stessa area, considerato, con ragione, uno dei 10 edifici più brutti del mondo. Anche l'ampliamento del museo di arte contemporanea Pecci, di Prato, è una cosuccia molto alla moda, eccessiva".

Dunque, secondo lei, l'architettura in ambienti storici o storicizzati non deve e non può porre nuove questioni...
"L'architetto non è un artista, ma semplicemente esercita un mestiere. Fino a qualche tempo fa si preoccupava di più della città, si sottometteva ai suoi desideri e alle sue necessità. Negli ultimi 10-15 anni è successo che chiunque si è sentito libero di esprimere la propria manifestazione artistica. Così è cominciato l'uso dei colori come il blu, il verde, il rosso, che sono dissonanti con le tonalità delle nostre città. E poi c'è l'uso di materiali come la plastica, il vetro, la lamiera, il ferro. Il tutto nella ricerca costante di un contrasto. Ma alla fine queste tendenze gridate paseranno di moda e diventeranno un peso, lasciando in Toscana un'eredità faticosa".

 

di Valeria Caldelli

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