Tutti abbiamo incontrato un bullo. Da ragazzini probabilmente, quando si è più insicuri. Il bullo è ‘quello più grande’ o più spregiudicato. È quello ‘che ti mette le mani addosso se lo guardi’, ma anche se non lo guardi. Solo perché sei tu. Perché hai una maglietta strana. Perché respiri. Per tanti di noi il bullo è stato una prova della vita. Una fase di crescita. Magari ne siamo usciti malconci, a volte invece abbiamo vinto con le parole. Più facilmente siamo scappati per la teoria della riduzione del danno. Ma erano altri tempi. Non c’era la gogna mediatica dei social media, non c’erano le gang cariche di violenza. Il bullo era un bullo e basta. Era uno (o un gruppo) che capitava di incontrare nella vita, magari potendone uscire tutti interi.

Oggi il bullo non ti mena e basta. Ti mette sui social, ti marchia per sempre. Uscirne ‘interi’ è difficile. C’è forse anche meno protezione da parte della rete familiare. Genitori più schiacciati da orari lavorativi, meno fratelli maggiori pronti a intervenire, a guardare male il bullo per fargli capire che ‘non è aria’. E allora entra in campo il volontariato, la rete della solidarietà che prova a creare un sistema di protezione. Con la consapevolezza che senza ‘conoscere le malattie’ è difficile anche farsi gli anticorpi, denunciare quando serve, o prendere il coraggio e ribellarsi a chi vuole affermare la sua opinione con la violenza. È il grande cuore della Toscana solidale, che batte forte per i più piccoli. E anche per i grandi. Perché anche i grandi incontrano i bulli. E spesso finiscono per essere ugualmente indifesi.