Grave e progressivo deficit delle facoltà cognitive, come la memoria, l’orientamento, il linguaggio, la capacità di giudizio, difficoltà a svolgere le attività in ambito familiare, lavorativo, sociale. Chi si prende cura di un malato di Alzheimer deve affrontare ogni giorno tanti ostacoli. E a farlo sono sono soprattutto familiari e badanti, prevalentemente donne. Nel decorso della malattia poi, possono presentarsi gravi sintomi del comportamento, come inversione del ritmo sonno/veglia, allucinazioni, deliri, aggressività, che creano serie difficoltà nella cura della persona.

Secondo una ricerca Censis-Aima, il caregiver dedica al malato di Alzheimer mediamente 4,4ore al giorno di assistenza diretta e 10,8 ore di sorveglianza. Questo impegno ha conseguenze anche sul suo stato di salute, in particolare tra le donne: l’80,3% accusa stanchezza, il 63,2% non dorme a sufficienza, il 45,3% afferma di soffrire di depressione, il 26,1% si ammala spesso. La persona che si prende cura del malato di Alzheimer svolge un ruolo essenziale per gli equilibri familiari perché gli permette di mantenere un legame affettivo “vitale” con i propri cari e costituisce, sia in famiglia sia negli ambienti di cura e assistenza, la premessa per qualsiasi intervento terapeutico o riabilitativo.

«Troppo spesso però sono solo le donne che ricoprono questo ruolo, in famiglia come nelle strutture di assistenza - afferma Manlio Matera Presidente di Aima Firenze (Associazione Italiana Malattia di Alzheimer) - un ruolo che ci auguriamo possa essere sempre più ricoperto da tutti, perché non si può accettare che la buona cura, quella fatta anche di ascolto, sguardi, carezze e amore, sia e debba rimanere una prerogativa femminile».

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