“Usare prepotenza, maltrattare, intimidire, intimorire”. È questo il significato dell’inglese “to bull” dal quale deriva il termine bullismo. Si tratta, secondo l’Oms (Organizzazione mondiale della sanità), della forma di violenza più diffusa tra i bambini e i giovani. Un fenomeno in crescita. E infatti un’indagine dell’Ars, l’Agenzia regionale di sanità, dice che un adolescente toscano su cinque è stato vittima di bullismo e ha subito forme di violenza sistematica. E il Piano d’azione per la salute mentale 2013-2020 dell’Oms per quanto riguarda i bambini e i giovani sottolinea che un’attenzione particolare va data agli aspetti di sviluppo e alla capacità di creare rapporti sociali positivi. Va in questa direzione anche la legge nazionale del 29 maggio 2017 (n.71) “Disposizioni a tutela dei minori per la prevenzione e il contrasto del fenomeno del cyberbullismo”, che si propone di contrastare questo tipo di fenomeno in tutte le sue manifestazioni. Esistono, e possono essere sfruttati al meglio, gli strumenti di prevenzione per combattere questo atteggiamento negativo tra i giovani. Agire con tempestività, educando i ragazzi a una convivenza civile e a rapporti sociali positivi è la chiave di lettura utile per arginare il bullismo.

Con questo obiettivo è stato siglato un accordo tra Regione Toscana, Ufficio scolastico regionale e Dipartimento di scienze della formazione e psicologia dell’Università di Firenze. Grazie a un finanziamento regionale di 60mila euro (distribuiti fra 2017 e 2018), psicologi ed esperti possono formare insegnanti, operatori e ragazzi, oltre a monitorare il fenomeno nelle classi. «Sappiamo che purtroppo i fenomeni di bullismo sono in crescita tra i bambini e i ragazzi, quasi ogni giorno leggiamo di episodi di violenze tra coetanei – ha detto l’assessore regionale al diritto alla salute Stefania Saccardi -. Grazie a questo accordo, sarà possibile studiare meglio il fenomeno, e quindi mettere in atto gli strumenti di prevenzione in nostro possesso per contrastarlo in tutte le sue manifestazioni e educare i ragazzi a una convivenza civile e a rapporti sociali positivi». «Questo protocollo rientra in un sistema di azioni che la Regione Toscana propone per arginare il fenomeno del bullismo e del cyberbullismo e per educare all’uso consapevole delle nuove tecnologie - è il commento di Cristina Grieco, assessore regionale all’Istruzione -. I risultati che sono stati raggiunti in termini di riduzione del fenomeno e di miglioramento della qualità della vita scolastica, incoraggiano a proseguire nel sostegno di questo progetto in un’ottica di rete e di sistema e di collaborazione tra i diversi attori coinvolti».

Nell’accordo, il Dipartimento si impegna a svolgere azioni per il contrasto di bullismo e cyberbullismo, in particolare attraverso il progetto di ricerca “NoTrap!”, a formare insegnanti e operatori, a monitorare il fenomeno, a realizzare un convegno finale. In campo dunque contro il bullismo è stato “schierato” anche il progetto di ricerca “NoTrap”: un programma di prevenzione del bullismo e del cyberbullismo, condotto dal Dipartimento di Scienze della formazione e psicologia dell’Università di Firenze e rivolto agli studenti della scuola secondaria di primo e secondo grado. Il programma è stato avviato nel 2008-2009 e perfezionato di anno in anno. “No trap!” offre un vademecum (visibile anche on line) per affrontare le diverse situazioni e soprattutto una comunità virtuale, un gruppo formato dai ragazzi ma anche dagli adulti, il cui scopo è dar voce e ascolto ai problemi dei giovani.

«Il programma NoTrap – come viene scritto nella presentazione dell’iniziativa – ha dimostrato una riduzione dei casi di circa il 30% fra chi ha partecipato, un calo delle sofferenze delle vittime e un miglioramento delle condizioni di benessere di ragazzi e ragazze. NoTrap! per la valutazione scientifica a cui è stato sottoposto negli anni di sperimentazione, è definibile come un programma “Evidence Based”. Il modello di intervento prevede un coinvolgimento attivo della scuola e soprattutto degli studenti». In questo modo si cerca di stimolare nei ragazzi un senso di responsabilità nei confronti della vittima e, successivamente, i “peer educators” (educatori di pari status che diventano gli agenti del cambiamento dei loro compagni) lavorano attivamente, assumendo un ruolo di modello positivo, promuovendo comportamenti pro-sociali e di difesa della vittima. Grazie al coinvolgimento delle classi, i ragazzi seguono un training formativo e poi intervengono online, nella community del progetto, per dare il proprio aiuto a tutti coloro che si sentono in difficoltà. La prima parola d’ordine, per chi aderisce, è smettere di sottovalutare il problema.