Siena, 22 dicembre 2016 - Alla voce "cose da fare", la lista dei fallimenti per Mps è talmente consistente che già nel pomeriggio di ieri il chiacchiericcio senese puntava in un’unica direzione: "È andata male". E il clima di disfatta si respirava non solo nei corridoi istituzionali, non solo negli ambienti politici e finanziari, ma proprio ovunque, perché qui la crisi è sistemica, appartiene a una città intera e con una città intera è costretta a fare i conti. Ecco la "lista": il Qatar fuori da giochi (che poi non ci sarebbe mai stato, nei giochi, secondo i più maligni), il titolo in precipizio a piazza Affari (-12,08% a 16,3 euro) e un mezzo buco nell’acqua già sentenziato per Jp Morgan e Mediobanca a caccia di investitori (oggi il verdetto).

Il tutto a meno di 24 ore dalla scadenza per l’aumento di capitale impossibile di Marco Morelli e soci. Che pure riservano sempre sorprese dell’ultimo minuto. E anche stavolta il mezzo colpo di coda è arrivato in chiusura di un cda terminato dopo sole due ore a Rocca Salimbeni. Ne era entrato un Morelli come sempre parco di commenti – "Parleremo solo a operazione chiusa" – e ne sono usciti consiglieri dai volti meno tirati degli ultimi tempi: "Bilancio positivo" sulla conversione dei bond terminata ufficialmente alle 14. A casa la banca avrebbe portato un altro miliardo quando puntava a metterne in cantiere almeno uno e mezzo. È vero: se la cifra venisse confermata, indicherebbe un buon successo dell’operazione. Ma non sufficiente, in ogni caso, a far tornare i conti.

È soprattutto l’assenza di investitori forti a mandare in fumo ogni pur minima possibilità per la ricapitalizzazione di mercato. Evaporato il miliardo promesso dal Qatar, anche gli altri investitori papabili in lizza avrebbero fatto perdere le tracce. Inchiodando il piano-Morelli a un sostanziale fallimento. Con un conseguente aiuto dello Stato. Tutto, e da giorni, va verso questa direzione. Che rischia di penalizzare i risparmiatori e di incontrare resistenze rispetto agli strettissimi paletti imposti da Bruxelles. Tant’è: la strada tracciata per Siena sembra quella di una "nazionalizzazione parziale", per dirla in termini brutali. Ovvero: a tempo. Massimo un anno. Su questa prospettiva si è allineato anche il Fondo Atlante, "disponibile" a farsi carico dei crediti deteriorati del Monte "qualora ci fosse un intervento pubblico".

Un’ipotesi che i vertici della banca – dichiarazioni di facciata a parte – contemplano da tempo. Prova ne è la provvida trasferta, ieri mattina, di Morelli e del presidente Alessandro Falciai in viale XX Settembre per un faccia a faccia col Tesoro, a discutere i termini del possibile intervento romano. Cui ha fatto seguito, nel pomeriggio, l’approvazione in Parlamento – con successo trasversale – del decreto salvarisparmi, che già questa sera potrebbe essere varato. In estrema sintesi: un maxi ombrello da 20 miliardi per garantire la ricapitalizzazione delle banche in sofferenza. Mps in primis.

Una soluzione che, secondo le regole Ue, prevede una condivisione degli sforzi tra pubblico e privato, attraverso il meccanismo del burden sharing, vale a dire una conversione forzosa dei bond in azioni, ma è ancora presto per capire a quale prezzo. Di sicuro, sarebbe meno vantaggioso rispetto alla soluzione-privata di Mps. In tal senso il governo dovrebbe aver predisposto garanzie a tutela dei risparmiatori. Da qualunque punto di vista la si guardi, i più martoriati rischiano di essere loro.