Siena, 29 novembre 2016 - Ognuno è fabbro del suo destino. «E la politica non farà quello della banca». Peccato che lo slogan sia durato il tempo di un’incerta stagione: è ormai un accerchiamento quello che sta stringendo gli orizzonti del Monte dei Paschi alle prese con la sua sfida più difficile. La scommessa su una salvezza che cade in concomitanza con il referendum costituzionale del 4 dicembre. Il calendario non lascia scampo: la ricapitalizzazione da 5 miliardi (che partirà presumibilmente fra il 7 e l’8 dicembre) dovrà chiudersi entro l’anno, come imposto dalla Bce e come ribadito dall’ad Marco Morelli nell’assemblea dei soci di giovedì scorso. Aprendo le danze a illazioni, «gufate» e polemiche in questa doppia vigilia potenzialmente esplosiva per la stabilità finanziaria e istituzionale del nostro Paese.

Non è bastato l’articolo del Financial Times (che ieri ha vaticinato «la fine del mondo bancario italiano» in caso di vittoria del No alle urne referendarie), col conseguente strascico di reazioni che ha agitato l’intero arco parlamentare, mentre il titolo in Borsa colava a picco, crollando a quota -13,8%. A mettere nero su bianco che – slogan estivi a parte – la politica a quanto pare conta, eccome se conta, nel futuro della banca, ci ha pensato la stessa Rocca senese.

Lo ha fatto nel prospetto informativo con cui ha presentato ieri mattina, a mercati ancora chiusi, il piano di conversione volontaria di dieci bond subordinati in azioni, fresco di via libera della Consob: di fatto il primo passaggio formale verso la lunga scalata alla ricapitalizzazione, che ha subito incassato il Sì da parte di Generali. Ha scritto il Monte, parafrasando: l’eventuale contratto di garanzia che le banche del consorzio guidato da Jp Morgan e Mediobanca dovessero firmare con Mps «potrà essere risolto in caso di mutamenti nella situazione politica, finanziaria, economica in Italia, Stati Uniti, Regno Unito o Unione Europea».

Ora: la costituzione del consorzio di garanzia è fondamentale per la buona riuscita del piano di salvataggio. Ed è subordinata sostanzialmente a tre aspetti: la conversione dei bond, l’attività di pre-marketing e l’avanzamento del processo di dismissione delle sofferenze (per 27,7 miliardi). Quest’ultimo punto in particolare sarebbe legato anche alla «stabilità politica del Paese».

Il governo sarebbe infatti indirettamente garante del buon esito dell’operazione, portata a casa a prezzi migliori rispetto a quelli di mercato. Ma il «fattore R» (dove R sta per referendum) avrà effetti anche su altri aspetti dell’aumento di capitale. Relativi alla partecipazione dei cosiddetti anchor investor (investitori forti) che Morelli ha corteggiato in giro per il mondo nelle ultime settimane. Stando ai felpati rumors senesi, i fondi internazionali gradirebbero «stabilità» prima di investire miliardi in una banca che oggi capitalizza 630 milioni. Al momento, gli unici disposti a partecipare all’aumento di capitale indipendentemente dagli umori del nostro governo sarebbero gli emiri del Qatar: il fondo Qia potrebbe entrare spavaldamente in Mps con un miliardo. Diventando di fatto il padrone della banca più antica del mondo. E senza guardare in faccia la politica.